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In nova fert animus mutatas dicere formas corpora.
[L'estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi]
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scritto da cronomoto nel tempo 07:19
lunedì, 26 febbraio 2007



"Mi chiamarono pazzo nel 1896 quando annunciai la scoperta di raggi cosmici. Ripetutamente si presero gioco di me e poi, anni dopo, hanno visto che avevo ragione.
Ora presumo che la storia si ripeterà quando affermo che ho scoperto una fonte di energia finora sconosciuta, un' energia senza limiti, che può essere incanalata."

Nikola Tesla

 

CANCELLATEMI (Dal Registratore Vocale di  VUK)


 

 

 

Chissà in quale tempo, in quale spazio era inciampato l’Esperimento Philadelphia. Me lo chiedo ancora.

Nikola e Albert, in sintonia perfetta, erano certi della riuscita del loro progetto: il particolare generatore elettrico montato sulla nave l’avrebbe resa invisibile.  Si sarebbe mossa  nello spazio-tempo, sospinta per  tutto  il suo viaggio di pochi centesimi di secondo più avanti nel tempo, così da non esistere, mai visibile, nemmeno per gli schermi radar.

Qualcosa non funzionò. Ne fui testimone unico.

La nave era scomparsa, sì dagli schermi, ma anche fisicamente.

La vidi riapparire dove non doveva. Stridii, urla, schianti e sconquassi  come presagi precedettero   il riemergere di un’orrenda  architettura corrotta.  Corpi mutilati, fusi con la stessa nave, marinai ancora vivi che non potevano fuggire, macchinari non più al loro posto,  alcuni irriconoscibili, metalli fusi o strappati  si innalzavano verso il cielo in sculture barocche, fendendo l’aria e i miei stessi occhi.

Dissi a tutti che della nave non c’era più traccia, tenni tutto dentro di me.

 

Non fu solo per il fallimento di questo esperimento che Tesla abbandonò la scena pubblica.

Non era mai stato interessato al successo personale quanto piuttosto  alla condivisione con gli altri dei risultati raggiunti. Non si preoccupava molto dei meriti che gli venivano continuamente sfilati da colleghi come  Edison, nella “guerra delle correnti” o da Marconi, per le onde radio. O da chi finanziava i suoi progetti: rendendo  disponibile al mondo risorse a basso costo, le sue scoperte si trasformavano in beffa andando contro gli interessi economici dei finanziatori stessi.

Il suo genio era interessato solo a ciò che poteva essere d’aiuto all’umanità: con questa idea era arrivato a New York quella volta, alla corte del re Edison, con il disegno stropicciato di una macchina volante, pochi centesimi in tasca e quattro articoli in croce. E con questa idea decise di ritirarsi e condurre solitario l’ultimo esperimento nel suo laboratorio privato. La sua chiusura fermò solo la divulgazione di quella che fu la sua più grande scoperta.

Lo aiutavo io, ero solo un giovane assistente sconosciuto. 

 

Sarà stata forse la sua insonnia (dormiva due ore per notte) a suggerirgli in un lampo di trasferire tutte le sue conoscenze nel campo dell’elettricità al cervello umano. Avrebbe finalmente trovato una fonte di energia inesauribile da incanalare al servizio dell’uomo?

Aveva notato delle inequivocabili analogie, dei parallelismi,  dal punto di vista elettrico, tra mondo esterno e cervello umano. Stazioni di partenza e arrivo per gli impulsi; da un lato conduttori naturali, circuiti, condensatori, trasformatori,  frequenze, onde elettromagnetiche e dall’altro neuroni, dendridi, assoni, sinapsi, trasmissioni, onde cerebrali.  Questo lo aveva portato a ipotizzare che esistessero dei potenziali ancora sconosciuti in ognuno di noi, compiendo semplicemente un salto dal mondo fisico a quello psichico.

Lo vidi trasformarsi, preso dall’ entusiasmo febbrile ritrovato: andava avanti e indietro nel suo grande laboratorio: dalla zona dedicata agli esperimenti elettrici, alla lavagna fitta di formule, continuamente modificate, per poi spostarsi sulla sua scrivania a leggere volumi interi di anatomia umana.

Dopo giorni e notti passati a fare calcoli, impostare formule, verifiche e controverifiche, mi chiese, solenne,  con gli occhi  che brillavano,  se volevo partecipare in prima persona ad un esperimento. Mi spiegò tutto, i vantaggi e i rischi a cui sarei andato incontro.

Accettai senza esitare.

 

Nessun ronzio, nessun odore di bruciato, alambicchi, o tavolo settorio, niente elettrodi grotteschi.

Mi obbligò semplicemente a non dormire. Soffrii per un tempo che mi sembrò infinito, sempre più confuso e  senza contorni, implorandolo di lasciarmi al mio sonno. D’un tratto tutto si fece nitido, intorno a me,  una lucidità quasi irreale stava conquistando ogni angolo del mio pensiero.

Tesla aveva capito la funzione del sonno, in parte lo sapete anche voi: si impazzisce dopo tre giorni di veglia continua. Ma c’è un'altra funzione: il cervello e il resto del corpo devono invecchiare in modo il più possibile sincronico. Il sonno permette di “addormentare” i circuiti, di mantenere sotto un certo livello, con andamento discendente da un certo punto della vita in poi,  le sue funzioni.

La vita, sapete…

Quello che ancora non vi è noto  è che se si riesce ad oltrepassare la barriera dei tre giorni ecco…è fatta.

L’insonnia si trasforma in un generatore perpetuo, i neuroni si rinnovano invece di decadere, le sinapsi, moltiplicate, li connettono tra loro a velocità crescente  e ..lo avete capito, vero?

Sì sono immortale, spogliato del mio corpo, ma immortale.

Posso raccontare questa storia solo oggi, perché in questi anni avete imparato che l’immortalità non è  gran cosa.

Venite qui, avvicinatevi;  sì chiudete questo interruttore a valvole, per favore, per rimuovere ogni traccia di questo esperimento.

 

Grazie

Vostro affezionatissimo

Vuk

 

 

 

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categoria : cronoracconti, ucronia

scritto da cronomoto nel tempo 21:55
lunedì, 30 ottobre 2006

Ora un' ucronia capovolta  scolpita da  Cominciare




Fronte Occidentale 1916

 

Ho visto la polvere da sparo uscire lenta dal fucile,

come un singolo fotogramma eternamente ripetuto

e, per un attimo, ho sovrapposto il mio ultimo respiro

ad un’altra cenere simile ad una nuvola primaverile.

Ne ho avuto paura, dell’immagine non dell’esplosione,

della forza con la quale i miei amati colori si sono stretti tra loro

mentre quell’odiato ponte si frantumava in mille pezzi

cadendo dentro le acque irrequiete del fiume Inn.

Ho sentito la mia pelle incollarsi alle ossa, tanto era vuota,

mentre quel sogno di gloria veniva strappato al mio cuore.

 

Mi ha detto, è così che va la vita, e me lo ha annunciato d’improvviso,

prima che mi rendessi conto se davvero fossi sopravvissuto a quella notte.

La mia mano non ha fatto in tempo ad impugnare l’arma per difendermi;

è rimasta immobile sopra la ferita precedente,

quella che mi aveva costretto dentro a questa buca di fango.

Avevo pensato fosse un buon nascondiglio, lo era in effetti,

forse troppo perché ora anche lui è qui con me.

Il suo balzo mi aveva risvegliato dai torpori del dolore

annebbiando l’unico pezzo vivo d’azzurro di questa notte.

Poi, occhi dentro occhi, per un attimo, avevamo sorriso al nostro colore uguale.

La mia faccia sporca aveva mostrato il bianco imperiale del mio sorriso,

mentre con la mente mi vedevo decorato a caporale.

 

Mi ha detto, è così che va la vita, e ha sparato contro il colore della mia uniforme

ha ucciso senza orgoglio un soldato ferito,

il futuro di una nazione, i sogni leggendari di un bambino.

La notte si è fatta nera pece e il vento è divenuto freddo più della neve

ghiacciando le lacrime del mio compagno francese.

Resterà rannicchiato dentro questa fossa aspettando l’alba.

Poi si avvicinerà al mio corpo freddo,

afferrerà dal mio petto la targhetta di riconoscimento

e senza fretta leggerà il mio nome inciso:

Adolf Hitler, IV Battaglione di Fanteria – Truppe d’assalto.

 

Un ragazzo come tanti, come lui

 

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categoria : ucronia

scritto da cronomoto nel tempo 14:02
lunedì, 23 ottobre 2006

Questa è un’"ucronia capovolta"  di Ecateo, lontano dal pianeta Splinder, che mi ha inviato dal Mare della Tranquillità.
 
 
“Ciao Michael”- e gli stringesti forte la mano.
Ti pareva più forte del solito quella stretta. Dopo solo cinque giorni in assenza di gravità, già i tuoi muscoli cominciavano a non essere più abituati a sforzi eccessivi. Te lo avevano detto gli scienziati.
Fra gli altri effetti collaterali, però, tu non soffrivi particolarmente la nausea. Gli altri invece vomitavano sempre. Era successo anche stavolta a Buzz e a Michael.
Per quello  avevano scelto te.
“Ma non solo per quello” – pensavi continuamente.
 
Quello che ti dava fastidio era solamente la partenza: non dovevi fare niente anche se eri il comandante di quella missione. Facevano tutto da Capo Kennedy e non avrebbe potuto essere altrimenti. Avevi l’impressione di essere in un frullatore. L’addestramento alla forza centrifuga, fino a 15 g in quella vasca da bagno che ruotava a velocità pazzesca, in confronto era una passeggiata nel parco della tua città natale, Wakaponeta, Ohio.
Dopo pochi minuti subentravano quelli di Houston. A quel punto intervenivi anche tu, ma in pratica dovevi solo rispondere alle domande che ti facevano da terra. Gente supponente che si dava un sacco di arie. Sembrava facessero tutto loro. Però, in fin dei conti, se eravate arrivati fin lì, era anche merito di quelli laggiù, 190.000 miglia più in basso.
Ma in quel momento, a rischiare la vita, eravate rimasti in tre e di lì a poco solo in due.
Però tu non ci pensavi al rischio che correvi.
 
“Vieni Buzz, andiamo. Saluta anche tu.”
Anche Buzz avvertì qualcosa di strano nel momento di stringere la mano di Michael.
Tu e Buzz vi infilaste nel modulo. “Aquila” - lo avevano chiamato“.
Michael rimase nel “Columbia”, chiamato così per omaggio al navigatore italiano.
“Scopritori di un nuovo mondo”. A lui vi avevano paragonato.
 
“Ci vediamo più tardi” - dicesti a Michael come ultimo commiato. – “Facciamo solo un giro sulla giostra e poi ce ne filiamo dritti a casa con quel mucchio di pietre che i signori geologi ci hanno detto di prelevare”.
Già.
I geologi.
Avevano scelto il Mare della Tranquillità. Ma tu non eri del tutto convinto di quella scelta. Secondo te era dettata dalla fretta. La gara con i Russi ormai l’avevate vinta. Anche i Russi avevano spedito lì i loro razzi e dalle poche notizie che erano trapelate attraverso la cortina di ferro, avevi saputo  che uno dei quei razzi era sicuramente arrivato, ma dal momento dell’impatto non aveva dato più notizie di sé.
“Problemi all’antenna di trasmissione” era stata la versione ufficiale.
Ma l’Apollo 10, che pochi mesi prima aveva fotografato tutta la superficie ad un livello di dettaglio inimmaginabile, di quel razzo non aveva visto nessuna traccia.
“La solita propaganda comunista” avevano detto sbrigativamente i tuoi capi.
 
A quel punto vi eravate staccati. Trenta giri intorno per ridurre la velocità: ti dava fastidio quando passavi dietro e non potevi più comunicare con quelli di Houston.  Era a quel punto che sentivi di aver bisogno anche di loro.
 
Buzz portò giù il modulo quasi come se stesse danzando. E ti venne in mente la scena di quel film dell’anno scorso in cui l’astronave si muoveva sulle note di “Sul Bel Danubio Blu”. L’idea era venuta a te e l’avevi suggerita al tuo amico  Stanley. Ti era sempre piaciuta la musica di Strauss.
 
Michael dal Columbia  vi sorvegliava dall’alto. Buzz conduceva  a meraviglia l’Aquila. Ma saresti stato tu il primo. E sapevi già che solo dopo pochi anni si sarebbero ricordati solo di te. Qualcuno forse di Buzz. Gli altri che sarebbero venuti dopo li avrebbero ricordati solo gli appassionati di astronautica. D’altronde qualcuno sa il nome di chi volò subito dopo i fratelli Wright?
 
Eri assorto in questi pensieri e non ti accorgesti che eravate già quasi arrivati al suolo. Avevi sentito gradualmente il tuo peso aumentare ma era comunque ancora un sesto di quello che avevi sulla Terra.
 
A pochi piedi dal suolo Buzz azionò per l’ultima volta i razzi per frenare l’Aquila, che si stava posando sulla superficie del Mare della Tranquillità. Alla fine prendesti tu il comando, ma qualcosa non stava andando per il verso giusto. Si era alzata troppa polvere, non vedevi più niente fuori dagli oblò. Era tutto di un bianco accecante.
Capisti di aver toccato solo quando da Houston, con il consueto ritardo a cui non ti eri mai abituato, dissero “Touchdown” e udisti per qualche secondo appena uno scrosciante applauso.
 
Poi  il modulo sprofondò  lentamente in quella sabbia bianca e impalpabile, sempre più giù, inesorabilmente, quasi fossero sabbie mobili. A questo i geologi non avevano pensato.
Maledetta la gara contro i Russi. “Ci voleva più tempo per la preparazione” - pensasti - ed invece in soli otto anni e con le dovute migliaia di milioni di dollari, ce l’avevate fatta.
Volevate per forza arrivare prima.
 
“ Ripartiamo, presto. Il suolo non ci sostiene”
“Go up, go up!” sentisti da Houston dopo un secondo.
 Tentasti  immediatamente di invertire la rotta. Ma ormai i razzi erano già sepolti dalla sabbia. Il modulo sprofondava sempre di più. Inclinandosi su un fianco, dall’oblò scorgesti per l’ultima volta la Terra. Poi la polvere vi coprì del tutto e da Houston non arrivò più nessun segnale.
Capisti che non avreste più rivisto Michael. Ma capisti anche che  non avresti più rivisto i tuoi due bambini e tua moglie. Era lei che ti aveva suggerito quella frase che avresti dovuto dire davanti ai 600 milioni  di persone che erano  rimaste incollate alla televisione per tutto quel tempo:
 
AS11-37-5437
foto http://www.nasa.gov  - allunaggio Apollo 11
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categoria : ucronia

scritto da cronomoto nel tempo 14:09
giovedì, 19 ottobre 2006

Qualcuno ha raccolto l'invito del post precedente e mi ha inviato la sua ucronia capovolta.
Ringrazio  Arimanebis, autore di questa Storia  che mi ha colpito profondamente, facendomi tornare indietro nel tempo.
 


- Sì, le corde ai piedi erano lente, come se volessero darmi una possibilità. Mi sono sciolto con pochi movimenti, mentre li aspettavo. Poi l’ho visto entrare nel garage, con un grosso mitra in mano; aveva lasciato la porta aperta e sono semplicemente uscito alle sue spalle mentre mi cercava dentro. Appena uscito, ho riconosciuto il quartiere; sapevo che questa casa non era lontana, lo ricordavo dai tempi in cui autorizzammo quel programma di copertura.

- Non ha parlato con nessuno, lungo la strada?
- Ma cosa dice! Conosco le regole, dovrebbe saperlo. Piuttosto, lei, chi ha informato, dopo il mio arrivo qui?
- Solo chi di dovere. Deciderà lui chi mandare.
- Spero che pensi anche a un medico.
- Lo farà senz’altro. Intanto prenda del caffè. Non c’è altro, mi spiace.
Dalla finestra, vide fermarsi le due auto. Si chiese perché avessero scelto quelle; la seconda era troppo vistosa, con quel rosso. Rispose al citofono e fece aprire la saracinesca. Vide scomparire le code delle due auto, due piani sotto di lui.
Aspettando che salissero, pensò ancora a quell’uomo anziano, apparentemente esitante e dubbioso. Pensò a quanto invece sarebbe stato deciso, dopo, nello scompaginare il mondo che fino ad allora aveva ostinatamente protetto.
Arrivarono in quattro, ma parlò solamente l’uomo piccolo e calvo, autorevolmente. La conversazione non durò più di dieci minuti. Poi la breve telefonata.
- La porteremo via senza che nessuno la veda, ovviamente. Starà scomodo, ma è indispensabile.
L’anziano accennò un sorriso: E dopo tutto questo, mi parla di scomodità?
Nel garage dove scesero tutti quanti, il portellone dell’auto rossa era aperto; sul pianale, una coperta un po’ sdrucita.
L’uomo calvo fece un cenno a uno che era stato in disparte, con il cappotto abbottonato. Quello aprì il cappotto. Gli occhi dell’anziano ebbero un lampo di comprensione; incongruamente, le labbra si piegarono in un altro sorriso amaro, nel vedere comparire un’arma del tutto simile a quella che aveva visto nell’altro garage. Guardandosi intorno, osservò, senza smettere il sorriso: L’auto era verde, lì. Poi si accoccolò nel vano aperto.
- Mi dispiace, Presidente, disse il calvo.



La Renault rossa
(di Arimanebis)

 


(Presto un'altra Storia, appena arrivata dal Mare della Tranquillità)
Rinnovo a tutti l'invito!
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categoria : ucronia

scritto da cronomoto nel tempo 10:15
martedì, 17 ottobre 2006

Sull'onda degli stupri letterari mi permetto di proporre le
ucronie capovolte, violando quindi la Storia, anche per particolari minimi e spostando il titolo alla fine.


 



Si era preparato per anni: questo sarebbe stato il giorno più bello della sua vita.
Si sentiva euforico, chissà se chi lo affiancava in questa operazione, appena uno spazio-tempo più indietro, aveva le sue stesse sensazioni…

Aveva dedicato la sua  esistenza ad un solo istante, che lo avrebbe portato alla Storia e al migliore dei Mondi Possibili.

Uno sguardo al suo orologio made in Japan: sì, era pronto. Sentì fremere il suo corpo di adrenalina, e diede il comando ai suoi.

In meno di dieci secondi l’aereo era nelle sue mani, gli avevano detto di non guardare i passeggeri, di fare come Ulisse con le Sirene.

Era lucido e con l’animo colmo di un’onnipotenza non sua, ma frutto di un addestramento ai limiti della sopportazione umana; gli occhi neri erano fissi sull’obiettivo davanti a lui quando  diede l’ultimo ordine e l’aereo si infilò in una delle due torri di quella città.

Qualche istante dopo anche l’altro aereo fece la stessa cosa, in sintonia assoluta, perfetto il risultato, che non avrebbe mai visto.

Le Due Torri 



TT
 Bologna, Le Due Torri
 
 
 Siete invitati a segnalarmi le vostre eventuali Ucronie Capovolte.
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categoria : cronoracconti, ucronia