
A quell’età (come, poi in fondo, il vasto gruppo dei suoi coetanei) neanche lei sa tenere separato un sentimento dall’altro e ogni oscillazione sulla ruota della sua sensibilità ha il potere di annebbiarle la mente fissando l’attimo nella stupefacente scatola delle memorie. L’immaginazione del suo futuro oscura ciò che ha già tra le mani. Questo poco importa a lei che, giocherellando con la terra e i sassi, fantasticando storie dentro bottiglie vuote, raccattando ciò che l’adulto scarta per trasformarlo in meraviglioso strumento musicale, trascorre le giornate nella beata incoscienza del tempo che si consuma. Non può sapere che il mondo che la circonda sarà un tutt’uno con la sua persona; non può immaginare che le sue fantasie sulla futura donna, quelle che dimenticherà crescendo, saranno certamente impossibili da realizzarsi e per questo meravigliosamente eterne. È piccola e la sua pelle è bianca semi trasparente, racchiude in sé la bellezza dell’essere bambina. Le sue labbra lucide e rosso fuoco hanno formulato con spontaneità la curiosità d’essere donna, lo hanno fatto con la tensione di un’aspettativa intensa e coinvolgente ma vaga e dolce come lo può essere solo una bella favola. Ogni incarico ricevuto dal mondo adulto la diverte in quella sfida che i piccoli hanno con la vita, nella fretta di crescere e diventare la principessa che sarà. Così ascolta attenta quella voce mentre le impartisce quel compito: “Sai guardare lontano e vedere con la mente ciò che ancora non è stato pensato?” Le aveva detto d’improvviso quella voce maschile tanto cara a lei. Aveva rotto un momento di silenzio distraendola dei suoi pensieri. Lei aveva riso divertita e subito aveva risposto: “La città futura attorno a questa casa? Le macchine che inventeranno…magari potranno volare. Cosa dici? Saranno capaci di farlo?” L’uomo aveva sorriso ma non le aveva risposto, non voleva interferire, lei aveva proseguito. “beh, a me piacerebbe.”
Termina qui la prima ondata di Interventi-capitoli per “IL TESSITORE”
L’Organizzazione, felicemente allargata ( Aquatarkus Arimane Cominciare Cronomoto Farolit IceKent, Matisse, Penzogi ) continua a raccogliere nuove adesioni: Qui il capitolo [0] e le istruzioni per partecipare.
*Immagine di Lorenzo Mattotti

Vai, mi hanno detto, corri più presto che puoi. Corri e vai, più veloce della luce, più veloce del tempo, più veloce della vita. Qui il capitolo [0] e le istruzioni per partecipare al racconto
Vai, ancora una volta, vai!
Solo il tempo di prendere…una carta da gioco, un fante di denari, metterlo in tasca e via…dicono che abbia perso la confidenza con il tempo, dicono. Io, Guardiano del Tempio del Tempo, che ho viaggiato in lungo, in largo e…nel tempo. Dovevo andare, ancora una volta.
Parto, sicuro che parto, parto sicuro: i tunnel spazio-temporali (pieni di fulmini) li conosco come le tasche della mia tunica. Posso percorrerli ad occhi chiusi, anzi è meglio. Ancora una volta, oltre.
Vai, mi hanno detto, corri, vola! Mi hanno ordinato. La carta da gioco, un gioco da ragazzi. Per rimetterla…per mettere le cose a posto. Viaggio nel vuoto dove ci si può perdere, senza tempo e senza materia. Tutto è buio, nero (sorrido pensando che se fosse stato giallo li avrebbero chiamati “buchi gialli”).
Ecco, mi vedo. Vedo un bambino. Si gira come se mi avesse visto. Mi giro come se ci fosse qualcuno. Prende un mazzo di carte da terra. Sono solo, faccio un solitario, penso. Ancora una volta. Dispone le carte coperte davanti a se, poi le gira lentamente, un gioco. Gira le carte e…ne manca una. Dove sarà finita? Dov’è il fante di denari? Si domanda. Dov’è il fante di denari, mi chiedo toccando la tasca vuota. C’era prima d’iniziare a giocare. L’avrò persa durante il viaggio? No, è scivolata vicino alla porta, la raccolgo…”Cos’è quello?” chiede indicando il mazzo di carte. Torno in me. Sono tornato. “Cos’è?” chiede l’insegnante che accompagna una decina di discepoli in visita al Tempio. Mi giro verso la bacheca che stava indicando, “E’…è un mazzo di carte”. “Un mazzo di carte?” chiede quello che sembra essere il più sveglio del gruppo. “Serviva per giocare, tanto tempo fa. Un mazzo era composto da quaranta carte. Si disponevano…”. “Perché è conservato nel Tempio del Tempo?”. “Perché…” quante volte avrò risposto a questa domanda? Mille, tremila, cinquemila? “…Perché cinquemila anni fa, quel mazzo di carte, è stato il primo oggetto che ha viaggiato…”. “Perché sono trentanove, ne manca una?” M’interrompe il più grande. Manca? Metto la mano in tasca a cercare i contorni del fante di denari…c’è. C’è ancora, dopo tanto tempo. “Perché è andata persa durante il viaggio spazio-temporale e, con tutto quel buio intorno, non è mai stata trovata”.
Sorrido solo io.

vanto e gloria dell’acclamante circo,
tuo plauso ed effimera delizia, Roma.
contò le mie vittorie e mi credette vecchio
(Marziale, Epigrammi, Lib. X, 53)
Eccolo, è lì, cammina per strada, le mani in tasca, forse a stringere rabbie senza profilo.
Il passo è spedito, ma a me fa sospettare che non vada in nessun luogo. Lo salutano con grandi sorrisi, gli cedono il passo; lui si ferma, ricambia i sorrisi, ringrazia con imbarazzo finto o vero.
Non ha mai perduto, colleziona successi. Li tiene in disordine, ammucchiati fra carte, disegni e orologi. Ogni tanto li guarda, con fastidio o con nostalgia. Stanco. Addosso i segni delle vittorie, come ferite.
Avvicinarlo è semplice; più difficile destare il suo interesse. Lo faccio con discrezione, nel tempo. Non ci può essere fretta, nel mio lavoro.
Presa confidenza, in punta di piedi gli suggerisco; un giorno semplicemente un dubbio, un altro come uno scarto, un altro ancora un guizzo della mente.
Alla fine, mi decido a rischiare. Prendo una delle sue coppe, non so più quale trofeo, ci verso del vino, la porto alle labbra. Sembra sorpreso nel vedere che di quel premio si possa far uso; che non si tratta di un oggetto da posare fra gli altri, imbarazzante. Posa il suo bicchiere, toglie gli occhiali, stropiccia gli occhi. Ci penserà, lo so, nelle ore che predilige, quando tutto è silenzioso.
Adesso guardo la finestra illuminata. Dietro il vetro, lo immagino a fissare un foglio dove ha disegnato linee e punti e spirali. Aggiunge i colori alle immagini che si disegnano nel suo sguardo. Un filo d’inchiostro si distende a tracciare parole limpide; vede un prato che sembra senza fine.
Lo vedo uscire sulla strada incerta della notte; di nuovo cammina, ma non si sforza di apparire deciso, si ferma a guardare un riflesso, a cogliere una nota perduta. Siamo arrivati al mare. Da lontano, lo vedo rivolto verso le onde pigre, che non si distinguono.
Il cielo è ancora nero, quando ritorna; si ferma, si gira, come mi avesse visto. Nell’istante brevissimo in cui una luce di passaggio lo rischiara, ho l’impressione di leggere un sorriso.
Penso che forse quel lavoro è finito.

Memorie dall’Organizzazione [3]
L'incarico non era dei più semplici, ma era sicuro di farcela anche questa volta.
Avrebbe dovuto pensarci per molto tempo, certo, a fare i suoi esperimenti, ma la soluzione gli si sarebbe presentata alla mente colpendolo con la sua semplicità.
Passarono i giorni, ma il Tessitore non riusciva a trovare il bandolo della matassa.
Gira e rigira, si ritrovava sempre dalla parte sbagliata.
Si stava quasi convincendo che questa volta non sarebbe riuscito a trovare la soluzione che gli era stata chiesta, quando, in un momento in cui stava guardandola un'altra parte, con la coda della mente intravide la risposta, e non se la fece scappare.
Prese così un gessetto colorato, e segnò un segmento davanti ai suoi piedi, un tratto che iniziava da un lato del sentiero e terminava nell'altro.
Cercò poi un grosso coltello, trovò una taglierina enorme che manovrò con ambedue le mani.
Fece un taglio netto, seguendo il segmento che aveva appena tracciato sulla superficie rivolta verso di lui.
Al termine del taglio, quasi per magia, si rese conto di aver portato a compimento l'incarico, e nel migliore dei modi.
Ora gli abitanti del Nastro di Moebius avevano un mondo che possedeva due facce e due bordi!

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