Portano camici bianchi e cognomi doppi scritti sul taschino con la biro blu. Parlano di sogni: strumenti che si innestano dove viene meno un equilibrio tra desideri e aspettative, come bilancieri perfettamente tarati e oscillanti di corpi pieni e corpi cavi.
Mi han detto siediti e sogna.
Staccandomi dal cammino prigioniero e magnetico che percorro abitualmente, probabilmente esaltata dallo splendore estivo, ho scelto una via che non avevo mai notato: mi era parsa così familiare da parcheggiare sotto i suoi alberi come fosse un’abitudine.
I sogni non te li puoi scegliere, come gran parte della vita.
Così sono entrata a casa sua. La tazza del caffè sul tavolo, le imposte socchiuse, (ma come mi è venuto in mente di passare a quest’ora?) i libri sparsi, la radio accesa, il portatile ancora spento.
Tutto abbastanza comune, a cosa serve sognare?
Si è voltato, gli occhi grigi e sorridevano, sorridevano a me.
La mattina a disegnarci arabeschi sulla schiena (fasto e gioia), uscire e passeggiare silenziosi per le vie del centro. Seduti a parlare mangiando un panino. Lo guardo tracciando, solo con l’immaginazione (ogni idea che ho accarezzato si è smarrita nell’ordine delle cose), uno schizzo del suo viso.
Il tempo che il cielo di oggi, un foglio di carta blu senza alcuna sfumatura, abbia modo di stendersi, sorprendere e giocare con la città pallida, sua e mia. Il tempo di assottigliare le ombre, allungarle a coprire ogni vicolo e piazza, prima che spariscano.
Me ne sono andata portando via questo frammento: che non scivoli a terra rovinato dalla vita; mi sono fermata qui sul ciglio del sogno.