Bloogo è autore di cronomoto, che diventa suono.
Non so quali sensazioni attraversino voi e lo stesso Bloogo, ascoltando il brano.
Io ho chiuso gli occhi e…
Annunaki
Sapevo dove ero arrivato, con tutto quel blu che mi correva incontro…
Ho sentito lo schianto.
Sono ancora intero.
E' sera, cammino a disagio sul ciglio di una strada, stordito dagli occhi abbaglianti di questi mezzi, rumorosi e impacciati.
La pioggia bagna la mia pelle impreparata, un lampo ed un tuono si accavallano, troppo vicini a me.
Ci sono i treni, qui, se stai attento ci vedi scorrere tutto il mondo, mi hanno detto.
Non bisognerebbe mai fermarli, allora.
Il loro sferragliare ripetuto abbassa il mio battito, calmandomi.
Respiro lentamente, profondamente, incurante del frastuono.
Sento solo dei bambini che giocano.
Li raggiungo su questa grande terrazza, finalmente illuminata dalla luna, cercando di non spaventarli: da qui posso vedere il mare e il cielo.
Oltre questa ristretta volta celeste c’è il “mio” Nibiru, il pianeta dei Sumeri, come lo chiamate voi, che ancora dubitate della sua esistenza.
E’ il pianeta “dell’attraversamento”, che non è possibile vedere, ma solo calcolare, in base alle perturbazioni che genera, appunto, attraversando i cieli.
In passato ha inclinato Urano, spostato Plutone e ha dato un’orbita retrograda al piccolo Tritone. Impone deviazioni alle comete ed oggi rallenta le vostre sonde spaziali.
La sua orbita anomala, così profondamente allungata oltre
Sfiora

Magritte-La Fleche de Zenon

MASADA Ascoltando "A different drum" - Peter Gabriel

Risalendo Masada: Cronoscatto, 1997
Questa fortezza sorge su una collina di rocce che, dall’alba al tramonto, sono colorate di rosso.
Solitaria, in una zona desertica, è poco distante dall’oasi di Ein Gedi mentre più a sud si rincorrono paesaggi orridi fino a Sedom (Sodoma).
Guardavo il suo profilo mentre ero ancora nella depressione del Mar Morto: il cielo del mattino era già di un blu carico e la rendeva ancora più maestosa.
Stavo raggiungendo la cima con una funivia, in silenzio come tutti gli altri passeggeri, cercando di imprimere nella memoria i colori nitidi e contrastanti della roccia, di quel mare stanco e oleoso e
Più a valle un gruppo di soldati in un’esercitazione, approfittando della temperatura ancora sopportabile, risaliva un sentiero impervio e zigzagante con tenacia ed agilità.
Tra loro spiccava Zahtar che, quasi senza fatica, precedeva gli altri.
Avanzava automaticamente, cupo per l’assurdità di quell’esercitazione e, come sempre, melanconicamente persuaso di essere troppo poco soldato.
Aveva combattuto molte battaglie, si era distinto in azioni valorose, ma aveva condotto una guerra tutta sua, senza mai uccidere o ferire, non ne era mai stato capace.
Era lo zimbello della sua compagnia, per questo lo chiamavano Zahtar: un miscuglio di erbe e spezie comuni in quelle terre che viene utilizzato nella cucina di tutti i giorni.
Quando raggiunsi la cima pianeggiante, la temperatura era vicina ai
Perlustrai i resti di un grande accampamento, le cisterne scavate nella roccia e ciò che era rimasto sul quel piccolo altopiano, inespugnabile per sua natura, e su cui l’imperatore Erode aveva voluto la sua fortezza.
Diverso era stato il destino di quel luogo senza ombra.
Ogni tanto, presa dall’impulso di scendere, spingevo lo sguardo lungo i versanti a picco, cercando un sentiero per il ritorno.
Ne individuai due, uno più ripido dell’altro.
Con lo scorrere del tempo, la necessità di tornare a valle cresceva, accompagnata da un senso di vertigine che associavo all’eco di un urlo.
Dicono che, intorno al 70 D.C., coloro che abitavano Masada, furono assediati dai Romani.
Chi governava quella gente, immaginando ciò che sarebbe accaduto, deliberò un suicidio di massa. Né mogli né figli dovevano essere risparmiati, così non avrebbero conosciuto il disonore e la schiavitù.
Accarezzando, piangendo, stringendo a sé i propri figli, quel disegno fu portato a termine.
Si salvarono solo due donne e cinque bambini.
Quando i Romani videro cosa era successo non provarono esultanza per la vittoria ma ammirazione per il coraggio di quella gente. (*)
Scesa con la funivia, mi diressi istintivamente verso Ein Gedi. Volevo consolare me stessa con immagini e atmosfere più rassicuranti.
Ein Gedi è un’oasi dove la vegetazione tropicale è attraversata da acque che formano piccole cascate: ombra e umidità.
E’ una sfida, sfrontata e dissonante, alla desolazione del deserto.
Mi riposavo, con i pensieri ancora arroccati su Masada, osservando un ruscello, quando arrivarono quei soldati intravisti la mattina; anche loro probabilmente cercavano ristoro.
Sentivo il profumo del loro caffé speziato con il cardamomo, difficile da dimenticare.
Parlavano nella loro lingua mentre me ne stavo seria in un angolo ad osservare con determinazione l’acqua scorrere nel ruscello.
Lì conobbi Zahtar, che si avvicinò a me con garbo per darmi qualcosa: un fiore di un colore vicino all’indaco, appena colto.
Un’intesa nel modo di vedere il mondo che leggemmo, muta, nei nostri occhi, ci lega ancora.
(*) Leggendo “
Un invito a leggere qui e a vedere questa ragazza

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