INCATENATA
Rispondo (in ritardo) all’invito di Cominciare, che mi chiede cosa leggo a pagina 123 di un libro sottomano.
Avevo pensato subito, tutta contenta, di andare a casa di Maria Strofa: sicuramente nella sua libreria avrei trovato quello che cercavo, in 5, 6 giorni di consultazione.
Ma dovevo arrangiarmi e oggi l’occhio mi è caduto sull’ "Enciclopedia Universale”, quella del trisnonno. Ricordando l’ultimo guaio che ho combinato quest’estate ho preferito ripiegare su un libro a caso tra quelli accumulati sul comodino.
“Il francese tornò allora sui suoi passi e aprì tutte le gabbie. Quasi con un sospiro di sollievo tutti i falchi uscirono e imboccarono la porta dirigendosi in alto, sulla scia del primo...
Da "ALI PER GLI SVEVI" , tratto da “Se l’Italia”: un’antologia di racconti ucronici a cura di Gianfranco De Turris.
La catena non la passo a nessuno, state tranquilli: se la prenda chi vuole (cercate pure tra le vostre letture qualcosa che a pagina 123 a partire dalla quinta riga abbia un senso compiuto!)
Solo un appello: qualcuno mi aiuti a trovare chi è il primo che ha messo in circolazione questi giochi su Splinder…

Da molto tempo vivo su questa roccia.
Ho imparato a superare le stagioni che si ripetono, sopportando il freddo, il caldo e la fame.
Osservo: è l’unica cosa che posso fare.
Vorrei invece essere messaggero per raccontarvi tutto ciò che ho visto.
Ho conosciuto l’Evoluzione, quella che voi avete letto nei libri, forse con un certo distacco perché vi sembra così lontana nel tempo.
Il tempo?
E’ stato un attimo, quella volta, passare dal mare a quello scoglio laggiù e poi su questa roccia.
A me dispiace che abbiate perso così tanti particolari, non riesco a darmene pace.
Quanta bellezza e quante tragedie nella storia dell’Evoluzione: ricordo creature bellissime, troppo fragili per sopravvivere. Ed esseri enormi, spaventosi e fortissimi che sono spariti forse perché inutili.
Da poco siete arrivati voi: mi stupisce e mi diverte la vostra fantasia. Peccato continuiate a pensare tutto il giorno, non riuscite a farne a meno, vero?
Eh sì, questo è il vostro punto debole, ma non volete proprio tenerne conto.
La vostra presenza qui ha un costo altissimo, ma non è questa la sede per parlarne. Alla fine capirete.
Cerco spesso di classificare le vostre invenzioni, vado pazzo per la tecnologia: sapete, ho un debole per quelle cose che voi chiamate calcolatori, o computer, e poi quell’idea della Rete…
Sinceramente all’inizio non pensavo potesse funzionare, mi sembrava inutile, con tutto quello che c’è da sistemare d’importante.
Ieri mi sono detto: forse riesco a farcela, posso far sapere come sono andate veramente le cose, fin dall’Inizio.
Non sono in grado di scrivere, né di parlare, ma con l’ultima tecnologia, grazie alla quale è possibile collegarsi col semplice pensiero alla Rete vi racconterò la vera storia dell’Evoluzione, se me lo permettete.
“L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi, o Dei - anche queste trasformazioni furono pure opera vostra – seguite con favore la mia impresa e fate che il mio canto si snodi ininterrotto dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi.”(Ovidio – Metamorfosi)
MASADA Ascoltando "A different drum" - Peter Gabriel

Risalendo Masada: Cronoscatto, 1997
Questa fortezza sorge su una collina di rocce che, dall’alba al tramonto, sono colorate di rosso.
Solitaria, in una zona desertica, è poco distante dall’oasi di Ein Gedi mentre più a sud si rincorrono paesaggi orridi fino a Sedom (Sodoma).
Guardavo il suo profilo mentre ero ancora nella depressione del Mar Morto: il cielo del mattino era già di un blu carico e la rendeva ancora più maestosa.
Stavo raggiungendo la cima con una funivia, in silenzio come tutti gli altri passeggeri, cercando di imprimere nella memoria i colori nitidi e contrastanti della roccia, di quel mare stanco e oleoso e
Più a valle un gruppo di soldati in un’esercitazione, approfittando della temperatura ancora sopportabile, risaliva un sentiero impervio e zigzagante con tenacia ed agilità.
Tra loro spiccava Zahtar che, quasi senza fatica, precedeva gli altri.
Avanzava automaticamente, cupo per l’assurdità di quell’esercitazione e, come sempre, melanconicamente persuaso di essere troppo poco soldato.
Aveva combattuto molte battaglie, si era distinto in azioni valorose, ma aveva condotto una guerra tutta sua, senza mai uccidere o ferire, non ne era mai stato capace.
Era lo zimbello della sua compagnia, per questo lo chiamavano Zahtar: un miscuglio di erbe e spezie comuni in quelle terre che viene utilizzato nella cucina di tutti i giorni.
Quando raggiunsi la cima pianeggiante, la temperatura era vicina ai
Perlustrai i resti di un grande accampamento, le cisterne scavate nella roccia e ciò che era rimasto sul quel piccolo altopiano, inespugnabile per sua natura, e su cui l’imperatore Erode aveva voluto la sua fortezza.
Diverso era stato il destino di quel luogo senza ombra.
Ogni tanto, presa dall’impulso di scendere, spingevo lo sguardo lungo i versanti a picco, cercando un sentiero per il ritorno.
Ne individuai due, uno più ripido dell’altro.
Con lo scorrere del tempo, la necessità di tornare a valle cresceva, accompagnata da un senso di vertigine che associavo all’eco di un urlo.
Dicono che, intorno al 70 D.C., coloro che abitavano Masada, furono assediati dai Romani.
Chi governava quella gente, immaginando ciò che sarebbe accaduto, deliberò un suicidio di massa. Né mogli né figli dovevano essere risparmiati, così non avrebbero conosciuto il disonore e la schiavitù.
Accarezzando, piangendo, stringendo a sé i propri figli, quel disegno fu portato a termine.
Si salvarono solo due donne e cinque bambini.
Quando i Romani videro cosa era successo non provarono esultanza per la vittoria ma ammirazione per il coraggio di quella gente. (*)
Scesa con la funivia, mi diressi istintivamente verso Ein Gedi. Volevo consolare me stessa con immagini e atmosfere più rassicuranti.
Ein Gedi è un’oasi dove la vegetazione tropicale è attraversata da acque che formano piccole cascate: ombra e umidità.
E’ una sfida, sfrontata e dissonante, alla desolazione del deserto.
Mi riposavo, con i pensieri ancora arroccati su Masada, osservando un ruscello, quando arrivarono quei soldati intravisti la mattina; anche loro probabilmente cercavano ristoro.
Sentivo il profumo del loro caffé speziato con il cardamomo, difficile da dimenticare.
Parlavano nella loro lingua mentre me ne stavo seria in un angolo ad osservare con determinazione l’acqua scorrere nel ruscello.
Lì conobbi Zahtar, che si avvicinò a me con garbo per darmi qualcosa: un fiore di un colore vicino all’indaco, appena colto.
Un’intesa nel modo di vedere il mondo che leggemmo, muta, nei nostri occhi, ci lega ancora.
(*) Leggendo “
Un invito a leggere qui e a vedere questa ragazza

"Il fiume trasuda
olio e catrame
Le chiatte scivolano
Con la marea che si volge
Vele rosse
Ampie
Sottovento, ruotano su pesanti alberature."...
(T.S. Eliot)


" L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia - un Daumas Gassac del 1987. L’istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.
È come se assistessi alla scena da un’altezza di cinquanta metri, con gli occhi della poiana che poco prima avevamo osservato volteggiare ad ali spiegate e tuffarsi nel tumulto delle correnti: cinque uomini in corsa silenziosa diretti al centro di un prato di una quarantina di ettari. Io arrivavo da sud-est, con il vento a favore. Circa duecento metri alla mia sinistra correvano affiancati due individui.Erano Joseph Lacey e Toby Greene, braccianti agricoli che stavano riparando il lato meridionale dello steccato, là dove costeggia la strada. Più o meno alla stessa distanza da loro, veniva John Logan la cui vettura era parcheggiata ai margini del prato con la portiera, o le portiere, spalancate. Sapendo ciò che so ora, è curioso ricordare la figura di Jed Parry dritta di fronte a me: è uscito da un filare di faggi e avanza contro vento dal lato opposto del prato a una distanza di cinquecento metri. Agli occhi della poiana, Parry e io eravamo due sagome minuscole; con le nostre camicie bianchissime sullo sfondo verde, ci correvamo incontro come due amanti, ignari della sofferenza che da quel groviglio sarebbe nata. Mi precipitavo verso un essere fuori del comune ma anche adesso, dopo tutto quel che è accaduto, sono certo che in quel momento, prima cioè che le complicate coincidenze responsabili del nostro incontro su quel prato si allineassero per darsi forma compiuta, la straordinarietà ancora non esisteva. Il caso che avrebbe scardinato le nostre vite era a pochi minuti da noi. A mascherarne l’enormità contribuiva non solo la barriera del tempo, ma anche il colosso al centro del prato con la sua fenomenale forza d’attrazione in grado di scuotere le resistenze meschine dell’uomo.
Cosa faceva Clarissa intanto? Raccontò poi che camminava spedita verso il centro del prato. Non so come riuscisse a resistere all’impulso di correre. Quando si verificò l’evento che sto per descrivere - la caduta - ci aveva quasi raggiunti e occupava un ottimo punto di osservazione, libera da un diretto coinvolgimento, come da corde e urla, e dalla nostra fatale assenza di cooperazione. Quanto descrivo risente di ciò che vide la stessa Clarissa, di ciò che ci ripetemmo nell’ossessiva analisi a posteriori. L’erba del prato avrebbe subito un primo taglio nel mese di maggio, e la fienagione doveva favorire la nuova crescita, preparare al secondo taglio, come l’evento che avrebbe avuto su di noi conseguenze di irrevocabile crescita.
Divago, rimando l’informazione. Mi attardo nell’attimo precedente perché fino a quel punto erano ancora possibili esiti differenti; il convergere di sei persone su una distesa di verde conserva una geometria confortante dalla prospettiva di una poiana; ha la riconoscibile limitatezza di un tavolo da biliardo. Le condizioni iniziali, la forza e la sua direzione, bastano a definire ogni traiettoria, ogni angolo di collisione e ritorno, mentre una luce gloriosa sovrasta l’intero prato, il tappeto verde e i corpi in movimento, ammantandoli di una chiarezza rassicurante. Mentre ci correvamo incontro, prima del contatto, credo ci trovassimo in una sorta di grazia matematica. Indugio sulla nostra disposizione spaziale, sulle distanze relative, sui punti cardinali di provenienza, perché rispetto ai fatti accaduti, quello fu l’ultimo istante in cui compresi qualcosa chiaramente.
Verso che cosa stavamo correndo? Credo che nessuno di noi lo saprà mai fino in fondo. A livello superficiale tuttavia la risposta c’è; correvamo verso un pallone aerostatico. Non di quelli che sfruttano le semplici proprietà del calore, però, questo era un pallone enorme pieno di elio, gas elementare forgiato dall’idrogeno nella fornace nucleare delle stelle, il primo passo nella generazione della molteplicità e varietà della materia nell’universo, compresi noi stessi e tutti i nostri pensieri.
Correvamo incontro a una catastrofe, a sua volta una specie di fornace, nel cui calore identità e destini si sarebbero combinati in forme diverse. Alla base del pallone stava una cesta con dentro un bambino, mentre li accanto, aggrappato a una corda, era un uomo in disperato bisogno di aiuto"(...)