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In nova fert animus mutatas dicere formas corpora.
[L'estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi]
Ovidio, Metamorfosi



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scritto da cronomoto nel tempo 14:55
giovedì, 07 agosto 2008

Segnalo un racconto a tentacoli:

Quale Cochlea

di Cubber 


Da quando mi ricordo, ho sempre suscitato ripugnanza nelle persone. È come se un dito invisibile avesse tracciato sulla mia fronte delle parole luccicanti e spaventose. Continua
 
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categoria : letture

scritto da cronomoto nel tempo 15:12
venerdì, 11 gennaio 2008

BOOK OF SATURDAY








Su libri e silenzio qui,
Non correre, in silenzio, qui,
Il testo di Book of  Saturday (King Crimson), qui
Immagine dal silenzio
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categoria : letture, sogni, nomaps

scritto da cronomoto nel tempo 17:59
mercoledì, 07 febbraio 2007

INCATENATA

 

Rispondo (in ritardo) all’invito di Cominciare, che mi chiede cosa  leggo  a pagina 123 di un libro sottomano.

Avevo  pensato subito, tutta contenta, di andare a casa di  Maria Strofa: sicuramente nella sua libreria  avrei trovato quello che cercavo, in 5, 6 giorni di consultazione.

Ma  dovevo arrangiarmi e oggi l’occhio mi è caduto sull’  "Enciclopedia Universale”, quella del trisnonno.  Ricordando  l’ultimo guaio che ho combinato quest’estate  ho preferito ripiegare  su  un libro a caso tra quelli accumulati sul comodino.

 

“Il francese tornò allora sui suoi passi e aprì tutte le gabbie. Quasi con un sospiro di sollievo tutti i falchi uscirono e imboccarono la porta dirigendosi in alto, sulla scia del primo...
Nel cielo centinaia di falchi si stavano dirigendo verso oriente…I falchi sono predatori solitari, molto difficilmente se ne potevano vedere due vicini in caccia. Sulla sua testa invece ce n’erano centinaia che si muovevano quasi in sincronia…Qualcosa di straordinario stava succedendo”

Da "ALI PER GLI SVEVI" , tratto da “Se l’Italia”: un’antologia di racconti ucronici a cura di Gianfranco De Turris.


La catena  non la passo a nessuno, state tranquilli: se la prenda chi vuole (cercate pure tra le vostre letture qualcosa che a pagina 123 a partire dalla quinta riga abbia un senso compiuto!)

Solo un appello:  qualcuno mi aiuti a trovare  chi è il primo che  ha messo in circolazione questi giochi  su Splinder…

Da lui esigo:

1)  trama per iscritto di tutti gli episodi della serie televisiva preferita da piccolo

2) elenco compagni delle elementari, inclusa jpg della disposizione nei banchi

3) descrizione minuziosa tramite elaborato in Power Point della prima volta (e non sarà stata certo l'unica) in cui è stato lasciato

 

 

 

 


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categoria : letture, crono source code

scritto da cronomoto nel tempo 21:30
mercoledì, 04 ottobre 2006

phones...


Girovagando da Zop ho  incontrato ArimaneBis
Raccogliendo lo spunto del falso incipit (e dopo aver avuto la pazienza di leggere "Messaggero" che potete trovare sempre da Zop) ha scritto un breve racconto che mi ha colpito. Potrebbe essere fantascienza ma ... non sprechiamo la nostra fantasia e continuamo a raccontarci!



Doppio furto (di ArimaneBis)

- In genere ci cadono quasi subito. Basta non essere troppo espliciti, all’inizio.
La ragazza rossa con la gonna lunga alzò la mano.
- In sostanza rubiamo le loro storie.
- Sì, più o meno è così. La prima telefonata serve da esca; poi si tratta di riconoscere il “cliente” giusto. Non avete idea di quanta gente ha voglia di raccontarsi, e quanti segreti è disposta a rivelare; e di quanta fantasia vada sprecata. E di quante cose accadono a chi sembra che non faccia nulla di più del normale. Quello che per loro è noia, per altri è delizia. Dovete parlare, stimolare, provocare, diventare amici, confidenti. Poi ascoltare. La sera, finite le telefonate, mettete tutto in pulito. Nel fine settimana si scelgono i pezzi giusti e si monta la storia.
L’agente si mosse verso i banchi dei giovani agguerriti, pronti a trasfigurare le idee della gente, a piegarle nelle parole giuste. Sorrise, li congedò per la pausa.
Una volta nell’ufficio, guardò il suo compagno
- Quanti credi che ne tireremo fuori, da questi?
- Un paio di sicuro, forse di più. La rossa sembra motivata. Fammi guardare… sì, ha le carte in regola, il saggio di scrittura è buono.
- Dio mio! Se penso quanto potrebbero guadagnare loro stessi, con quello che scrivono!
- Lascia andare; siamo noi a creare, in realtà. Noi ci mettiamo tutto. Loro sono solo le nostre penne, strumenti.
- Ma gli altri? Sono loro a pensare, a desiderare quello che ci consegnano.
Guardò di sfuggita la parete con i libri degli autori inesistenti, pensando ai prossimi nomi da inventare; Starr, gli venne in mente per primo. No: Shaw; meglio, più accattivante.
Uscì di nuovo nella stanza grande. I ragazzi erano già ai telefoni, mani sulle tastiere. Distribuì i fogli con i numeri. La ragazza rossa fu la prima a digitarne uno, dalla sua lista.
Intrappolato nel suo guscio di noia come un cavalluccio marino in un portachiavi di plastica, Breton trovò quasi gradevole lo squillo del telefono.
(Bob Shaw, Cronomoto)

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categoria : letture

scritto da cronomoto nel tempo 14:52
lunedì, 25 settembre 2006

Sono stata contagiata anch'io dal virus dei Falsi Incipit e Stupri Letterari di Zop
Trovo la sua idea  bella e generosa. Andate nel suo blog per vedere il regolamento.



MESSAGGERO

Trilobite
Trilobite (fossile Guida)


Da molto tempo vivo su questa roccia.

Ho imparato a superare le stagioni che si ripetono, sopportando il freddo, il caldo e la fame.

Osservo: è l’unica cosa che posso fare.

Vorrei invece essere messaggero per raccontarvi tutto ciò che ho visto.

Ho conosciuto l’Evoluzione, quella che voi avete letto nei libri, forse con un certo distacco perché vi sembra così lontana nel tempo.

Il tempo?

E’ stato un attimo, quella volta, passare dal mare a quello scoglio laggiù e poi su questa roccia.

A me dispiace che abbiate perso così tanti particolari, non riesco a darmene pace.

Quanta bellezza e quante tragedie nella storia dell’Evoluzione: ricordo  creature bellissime, troppo fragili per sopravvivere. Ed esseri enormi, spaventosi e fortissimi che sono spariti forse perché inutili.

 

Da poco siete arrivati voi: mi stupisce e mi diverte la vostra fantasia. Peccato continuiate a pensare tutto il giorno, non riuscite a farne a meno, vero?

Eh sì, questo è il vostro punto debole, ma non volete proprio tenerne conto.

 La vostra presenza qui ha un costo altissimo, ma non è questa la sede per parlarne. Alla fine capirete.

Cerco spesso di classificare le vostre invenzioni, vado pazzo per la tecnologia: sapete, ho un debole per quelle cose che voi chiamate calcolatori, o computer, e poi quell’idea della Rete…

Sinceramente all’inizio non pensavo potesse funzionare, mi sembrava inutile, con tutto quello che c’è da sistemare d’importante.

Ieri mi sono detto: forse riesco a farcela, posso far sapere come sono andate veramente le cose, fin dall’Inizio.

Non sono in grado di scrivere, né di  parlare, ma con  l’ultima tecnologia, grazie alla quale è possibile collegarsi col semplice pensiero alla Rete vi racconterò la vera storia dell’Evoluzione, se me lo permettete.

 

“L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi, o Dei - anche queste trasformazioni furono pure opera vostra – seguite con favore la mia impresa e fate che il mio canto si snodi ininterrotto dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi.”(Ovidio – Metamorfosi)

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categoria : letture, cronoracconti

scritto da cronomoto nel tempo 08:26
lunedì, 21 agosto 2006

MASADA              Ascoltando "A different drum" - Peter Gabriel



 Risalendo Masada: Cronoscatto, 1997

 
 


Questa fortezza sorge su una collina di rocce che, dall’alba al tramonto, sono colorate di rosso.

Solitaria, in una zona desertica, è poco distante dall’oasi di Ein Gedi mentre più a sud si rincorrono  paesaggi orridi fino a Sedom (Sodoma).

 

Guardavo il suo profilo mentre ero ancora  nella depressione del Mar Morto: il  cielo del mattino era già di un blu carico e la rendeva ancora più maestosa.

Stavo raggiungendo la cima con una funivia, in silenzio come tutti gli altri passeggeri, cercando di imprimere nella memoria i colori nitidi  e contrastanti della roccia, di quel mare stanco e oleoso e la Giordania, lontana.

 

Più  a valle un gruppo di soldati in un’esercitazione, approfittando della temperatura ancora sopportabile, risaliva un sentiero impervio  e zigzagante con tenacia ed agilità.

Tra loro spiccava Zahtar che, quasi senza fatica, precedeva gli altri.

Avanzava automaticamente, cupo  per l’assurdità di quell’esercitazione e, come sempre, melanconicamente persuaso di essere troppo poco soldato.

Aveva combattuto molte battaglie, si era distinto in azioni valorose, ma aveva condotto una guerra tutta sua, senza mai uccidere o ferire, non ne era mai stato capace.

Era lo zimbello della sua compagnia, per questo lo chiamavano Zahtar: un miscuglio di erbe e spezie comuni  in quelle terre che viene utilizzato nella cucina di tutti i giorni.

 

Quando raggiunsi la cima pianeggiante,  la temperatura era vicina ai 50°C, l’aria secca e  mi bruciava la gola.

Perlustrai i resti di un grande accampamento, le cisterne scavate nella roccia e ciò che era rimasto sul quel piccolo altopiano, inespugnabile per  sua natura, e su cui l’imperatore Erode aveva voluto la sua fortezza.

Diverso era stato  il destino di quel luogo senza ombra.

Ogni tanto,  presa dall’impulso di scendere, spingevo lo sguardo lungo i versanti a picco, cercando un sentiero per il ritorno. 

Ne individuai due, uno più ripido dell’altro.

Con lo scorrere del tempo, la necessità di tornare a valle cresceva, accompagnata  da un senso di vertigine che associavo all’eco di un urlo.

 

Dicono che, intorno al 70 D.C., coloro che abitavano Masada, furono assediati dai Romani.

Chi governava quella gente, immaginando ciò che sarebbe accaduto, deliberò un suicidio di massa. Né mogli né figli dovevano essere risparmiati,  così non avrebbero conosciuto il disonore e la schiavitù.

Accarezzando, piangendo, stringendo a sé i propri figli, quel disegno fu portato a termine.

Si salvarono solo due donne e cinque bambini.

Quando i Romani videro cosa era successo non provarono esultanza per la vittoria ma ammirazione per il coraggio di quella gente. (*)

 

 

Scesa con la funivia, mi diressi istintivamente verso Ein Gedi. Volevo consolare me stessa  con immagini e atmosfere più rassicuranti.

Ein Gedi è un’oasi dove  la vegetazione tropicale è attraversata da acque che formano piccole cascate: ombra e umidità.

E’ una sfida, sfrontata e dissonante, alla desolazione del deserto.

Mi riposavo, con i pensieri ancora arroccati su Masada, osservando un ruscello, quando arrivarono quei  soldati intravisti la mattina; anche loro probabilmente cercavano ristoro.

Sentivo il profumo del loro caffé speziato con il cardamomo, difficile da dimenticare.

Parlavano nella loro lingua mentre me ne stavo seria in un angolo ad osservare con determinazione l’acqua scorrere nel ruscello.

Lì conobbi Zahtar, che si avvicinò a me con garbo per darmi qualcosa: un fiore di un colore vicino all’indaco, appena colto.

Un’intesa nel modo di vedere il mondo che leggemmo, muta, nei nostri occhi, ci lega ancora.

 

(*) Leggendo  La Guerra Giudaica” (Flavio Giuseppe)


Un invito a leggere qui e a vedere questa ragazza

 

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categoria : musica, letture, crono source code, cronoracconti, nomaps

scritto da cronomoto nel tempo 12:58
lunedì, 17 luglio 2006

Vele Rosse

redsails













"Il fiume trasuda
 olio e catrame
 Le chiatte scivolano
 Con la marea che si volge
 Vele rosse
 Ampie
 Sottovento, ruotano su pesanti alberature."...

The river sweats
Oil and tar
The barges drift
With the turning tide
Red sails
Wide
To leeward, swing on the heavy spar.

                                                                   (T.S. Eliot)

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categoria : letture

scritto da cronomoto nel tempo 13:54
lunedì, 10 luglio 2006

Felicità supposta 

 

free


"In un bel libro uscito l'anno scorso, "Del come riconoscere i santi" - identificazione affidata al racconto di Stefano Jacomuzzi e al disegno di Gigi Cappa Bava - si narra un episodio del'infanzia di san Luigi Gonzaga. Un parente, vedendolo giocare, gli chiese cosa avrebbe fatto se avesse saputo di dover morire di lì a pochi minuti: il bambino, tranquillo, rispose: "Continuerei a giocare". Se questo aneddoto è vero, Luigi merita l'aureola, ben più che per altri gesti compunti che gli vengono attribuiti da un'oleografia spesso fastidiosamente pudibonda, impari alla grandezza dei veri santi che non sono titubanti baciapile, ma avventurosi naviganti nel mare inesplicabile dell'esistenza.
In quell'apologo ci sono tante cose. Da una parte c'è la stupida e ammonitrice gravità dell'adulto, che ha bisogno di darsi importanza con pensieri elevati perché non è capace di vivere, soltanto vivere: deve avere mete e impegni che lo distraggano da questa impotenza, non sa andare a spasso ma deve sempre andare da qualche parte, disprezza la futile ora presente e la programma in vista del futuro. Quando questo adulto vede qualcuno che, come il bambino, vive e gioca incurante di preoccupazioni e di scopi, non tollera quella libertà accanto a sé, che lo umilia nella sua ampollosa miseria, e ricorre all'autorità repressiva più alta, alla morte, che ha tutta la solennità di ogni autorità - ogni rito, anche il più innocente come l'inaugurazione di un anno accademico o di un'esposizione, è in qualche modo un rito funebre; chi taglia il nastro o apre i lavori è sempre uno che getta con decoro un pugno di terra.
Quel familiare di Luigi vuole che il bambino non pensi al gioco, ma alla morte ovvero al futuro, perchè la morte è il culmine di ogni futuro. Magari, nella sua augusta devozione, pensa di richiamarlo al pensiero della fede. Ma il bambino continua a giocare proprio perché è pervaso nella sua stessa persona dalla Grazia, dal Vangelo che invita a lasciare a ogni giorno la sua pena senza accrescerla con quella per il domani, a non distruggere la vita nella preoccupazione di mantenerla. Quel gioco - non so perchè, ma immagino semplicemente il bambino che corre avanti e indietro - basta a se stesso, non ha bisogno di nient'altro, né di preghiere né di pagelle né di mozioni conclusive. Assomiglia alla  felicità, senza la stolida arroganza che ha spesso ogni supposta felicità. [...]

(tratto da: Claudio Magris "L'infinito viaggiare")

Un ringraziamento ad Ecateo che mi ha suggerito questo autore di cui conoscevo solo il nome e alcuni titoli dei suoi testi. Ringrazio anche Zero che mi ha imposto il titolo del post che per un attimo avevo deciso di scartare in preda ad un dubbio...di forma. 
  
 
 
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categoria : letture

scritto da cronomoto nel tempo 16:34
sabato, 10 giugno 2006


























Altro cielo (foto da casa, ieri pomeriggio)

Ascoltando David Sylvian, Buoy



IAN McEWAN, L’AMORE FATALE

  " L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia - un Daumas Gassac del 1987. L’istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.

   È come se assistessi alla scena da un’altezza di cinquanta metri, con gli occhi della poiana che poco prima avevamo osservato volteggiare ad ali spiegate e tuffarsi nel tumulto delle correnti: cinque uomini in corsa silenziosa diretti al centro di un prato di una quarantina di ettari. Io arrivavo da sud-est, con il vento a favore. Circa duecento metri alla mia sinistra correvano affiancati due individui.Erano Joseph Lacey e Toby Greene, braccianti agricoli che stavano riparando il lato meridionale dello steccato, là dove costeggia la strada. Più o meno alla stessa distanza da loro, veniva John Logan la cui vettura era parcheggiata ai margini del prato con la portiera, o le portiere, spalancate. Sapendo ciò che so ora, è curioso ricordare la figura di Jed Parry dritta di fronte a me: è uscito da un filare di faggi e avanza contro vento dal lato opposto del prato a una distanza di cinquecento metri. Agli occhi della poiana, Parry e io eravamo due sagome minuscole; con le nostre camicie bianchissime sullo sfondo verde, ci correvamo incontro come due amanti, ignari della sofferenza che da quel groviglio sarebbe nata. Mi precipitavo verso un essere fuori del comune ma anche adesso, dopo tutto quel che è accaduto, sono certo che in quel  momento, prima cioè che le complicate coincidenze responsabili del nostro incontro su quel prato si allineassero per darsi forma compiuta, la straordinarietà  ancora non esisteva. Il caso che avrebbe scardinato le nostre vite era a pochi minuti da noi. A mascherarne l’enormità contribuiva non solo la barriera del tempo, ma anche il colosso al centro del prato con la sua fenomenale forza d’attrazione in grado di scuotere le resistenze meschine dell’uomo.

   Cosa faceva Clarissa intanto? Raccontò poi che camminava spedita verso il centro del prato. Non so come riuscisse a resistere all’impulso di correre. Quando si verificò l’evento che sto per descrivere - la caduta - ci aveva quasi raggiunti e occupava un ottimo punto  di osservazione, libera da un diretto coinvolgimento, come da corde e urla, e dalla nostra fatale assenza di cooperazione. Quanto descrivo risente di ciò che vide la stessa Clarissa, di ciò che ci ripetemmo nell’ossessiva analisi a posteriori. L’erba del prato avrebbe subito un primo taglio nel mese di maggio, e la fienagione doveva favorire la nuova crescita, preparare al secondo taglio, come l’evento che avrebbe avuto su di noi conseguenze di irrevocabile crescita.

   Divago, rimando l’informazione. Mi attardo nell’attimo precedente perché fino a quel punto erano ancora possibili esiti differenti; il convergere di sei persone su una distesa di verde conserva una geometria confortante dalla prospettiva di una poiana; ha la riconoscibile limitatezza di un tavolo da biliardo. Le condizioni iniziali, la forza e la sua direzione, bastano a definire ogni traiettoria, ogni angolo di collisione e ritorno, mentre una luce gloriosa sovrasta l’intero prato, il tappeto verde e i corpi in movimento, ammantandoli di una chiarezza rassicurante. Mentre ci correvamo incontro, prima del contatto, credo ci trovassimo in una sorta di grazia matematica. Indugio sulla nostra disposizione spaziale, sulle distanze relative, sui punti cardinali di provenienza, perché rispetto ai fatti accaduti, quello fu l’ultimo istante in cui compresi qualcosa chiaramente.

   Verso che cosa stavamo correndo? Credo che nessuno di noi lo saprà mai fino in fondo. A livello superficiale tuttavia la risposta c’è; correvamo verso un pallone aerostatico. Non di quelli che sfruttano le semplici proprietà del calore, però, questo era un pallone enorme pieno di elio, gas elementare forgiato dall’idrogeno nella fornace nucleare delle stelle, il primo passo nella generazione della molteplicità e varietà della materia nell’universo, compresi noi stessi e tutti i nostri pensieri.

   Correvamo incontro a una catastrofe, a sua volta una specie di fornace, nel cui calore identità e destini si sarebbero combinati in forme diverse. Alla base del pallone stava una cesta con dentro un bambino, mentre li accanto, aggrappato a una corda, era un uomo in disperato bisogno di aiuto"(...) 

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categoria : letture, crono source code