E’ così stanca la luna?
Potessi riavvolgere il tempo e cambiare anche solamente due o tre cose, lo farei.
Mi avevi insegnato a leggere il cielo, fratello mio. Avevo imparato a riconoscere le stelle che stelle non sono: mi additavi ogni sera le più brillanti e lontane, voragini ingorde di luce. Non ti ascoltavo, e tu urlavi di scansarle, temendo che i miei occhi diventassero di vetro.
E poi lo schianto.
E’ tardi ormai, per rimediare a questo ottavo peccato capitale, che non ha ancora un nome, nella mia testa. Un’incompiutezza.
Sono qui a guadare il tempo senza la possibilità di accelerarlo e finire questo calvario. Qui ad abbracciare il vuoto, inginocchiata: un allenamento fuori tempo, quello di oggi, a scavare la terra con le unghie, dopo aver passato la vita a cercare di capire perché il verde e il blu stanno così bene insieme, e a perdermi nell’osservazione di forme distanti, inutili, vacue.
Qualcosa sta per succedere: la luce che entra stanotte dalla finestra, ora sempre aperta, è inconsueta, quasi solida. I gatti che dividono la stanza con me sono immobili sul davanzale, lo sguardo fisso alla luna spezzata.
Ecco l’eclissi: così stanca la luna, si ritira da sé, allontanandosi; la terra non abbia a sforzarsi a oscurarla. Torce il suo viaggio, in un’inarcatura leggera, spostandosi lontano.
Immagine di R. Gonsalves