

I Bibliofagi e l'Enciclopedia Universale (Fine del Mondo n° 3)

C’è una cosa che un po’ per caso si tramanda in famiglia ed è finita nella mia libreria: l’Enciclopedia Universale, quella del trisnonno, come diciamo a casa.
In realtà non si riesce a risalire alla data di stampa, che rimane un mistero.
Proprio per questo una volta, avevo sedici anni, ho iniziato a sfogliarla: osservando l’omissione di alcuni vocaboli o importanti figure storiche sarei forse riuscita a datare quei volumi, vecchi, impolverati e già rilegati più di una volta con pazienza.
Ricordo che era uno dei primi giorni d’agosto, ero a casa da sola e guardavo il tramonto che sembrava non terminare mai, quella sera.
Presi in mano il primo volume (Volume I – A), ed incominciai a sfogliarlo con fatica; era il più grande e mi chiesi come mai così tante parole iniziassero per A.
Vidi qualcosa correre tra le pagine, si notava appena, dello stesso colore seppia che ormai aveva assunto quella carta nel tempo. Era un bibliofago, uno di quegli insetti che per vivere qualcuno ha deciso che debbano divorare la carta.
Lo vidi scivolare lontano e non me ne curai più.
Stavo pensando in quel momento al mio ragazzo (era la mia prima relazione sentimentale, sospesa in quel momento tra il platonico e lo struggimento per la lontananza).
In quei giorni era al mare.
D’istinto cercai la parola Amore, complice o coincidenza il fatto di avere tra le mani il volume giusto.
La pagina era stata mangiata in parte dall’animaletto proprio in quell’angolo dove avrei dovuto trovare la parola cercata. Richiusi con delusione, mescolata ad un’altra emozione che ancora non ho trovato su nessun vocabolario; provavo questo mentre tornavo a guardare il cielo, dove il rosso cremisi aveva ormai portato via quasi tutta la luce.
Qualche giorno dopo mi avvertirono che quel ragazzo era morto, al tramonto, tuffandosi in mare aperto.
Dimenticai quell’enciclopedia per molto tempo, nascosta dai traslochi, o in librerie scomode, nella casa dei miei genitori fino a che due anni fa fu consegnata a me. Tienila tu.
Decisi di spolverare tutti i volumi prima di ordinarli nel posto d’onore che avevo assegnato loro.
Quando fu il turno del terzo tomo (Volume CE – D), mi accorsi che la copertina, decorata con gusto e a cui il tempo aveva dato in più quel valore che hanno le cose vecchie, si stava staccando. Cercai di rimediare, non volevo si rovinasse.
Finito il lavoro, sfogliai con curiosità le pagine e mi accorsi che alcune erano devastate. Di nuovo quegli animaletti. In particolare c’era il disegno di un cervello umano, tra l’altro dettagliatamente descritto, in cui però non si leggevano più alcune parole, e parti del disegno erano attraversate da percorsi tortuosi che lasciavano intravedere la pagina sottostante.
Chiusi subito, e con le mani che tremavano appena terminai di sistemare l’enciclopedia al suo posto.
Più tardi, mentre cenavo con mio figlio, vidi qualcosa attraversare i suoi occhi. Mi stava osservando sempre più attentamente.
Gli chiesi, spaventata: Cosa c’è? Cosa succede, Stai male?
No. Mi disse lui.
Volli insistere, che stupida.
Allora piangendo disse che aveva visto “come dei serpenti scuri” intorno alla mia testa, ma di stare tranquilla perché poi andavano via. Lo abbracciai e cercai di far tornare il clima di sempre.
Un mese dopo iniziarono. Le chiamano allucinazioni olfattive e le cause possibili non sono molte.
Quei “serpenti scuri” sono andati via, sembra, esistono anche degli angeli-neurologi.
Ieri faceva molto caldo e dicono sarà così per qualche giorno ancora. Il clima non è più quello di una volta, si sa.
Ma neanche il futuro è più quello.
Sono le 6 del mattino, sto aspettando l’alba. Il sole doveva sorgere alle 5.44 stamattina, ho controllato.
A me dispiace, ieri in un momento di rabbia per tutto questo caldo sono tornata a guardare l’Enciclopedia Universale, ho cercato la parola “Sole”, volevo strapparla, ma ci avevano già pensato loro, i bibliofagi, a distruggerla.

Già comparso qui, frutto di una notte insonne per il troppo caldo
Qui una speciale Fine del Mondo di Arimane
FINE CHIMICA. O PER DECADIMENTO, SE PREFERITE (Fine del Mondo n°2)
"seduto su un gradino della piccola scala di pietre, mentre il sole gira lentamente io guardo la montagna della mia vita ma lei non mi guarda, essa è chiusa nei suoi impenetrabili pensieri e nella concavità dei suoi precipitosi grembi le ombre si dilatano e si rattrappiscono lungo gli apicchi, rammentandomi strani incontri della giovinezza perduta..." (Dino Buzzati)
Anche oggi Teo ha lasciato il Bunsen acceso.
Ma cosa passa per la testa di quel ragazzo, sempre con i pensieri aggrappati come un’ombra alle sue Dolomiti. E’ da lì, che è arrivato.
Ieri gli avevo chiesto di passarmi l’etere e lui, con i suoi occhi intensi e perduti da angelo in difetto, mi ha sorriso respirandolo, prima di scivolare a terra.
Stamattina ho visto che incideva con l’acido cloridrico il suo nome sull’avambraccio.
Mi spaventa, quando fa così, ma in questo corso hanno deciso che gli esperimenti e le prove saranno portati avanti da coppie di studenti.
Un sorteggio, lavoriamo insieme. Lo siamo stati dal primo giorno di frequenza: quasi riconoscendoci da angoli opposti dell’aula magna, ci siamo avvicinati in una danza sincronica agli ultimi due posti rimasti, uno accanto all’altro. Immuni così dal vociare stonato e troppo forte e inutile.
L’intesa, taciuta persino tra noi, è probabilmente percettibile dall’esterno: nell’aula di Anatomia Patologica, il professore spiega spostando lo sguardo alternativamente su di lui e su di me, come se cercasse di capire cosa scorre tra noi. Amiamo entrambi quell’aula, accarezziamo i banchi di legno, respiriamo l’odore un po’ antico di conoscenza e formaldeide, col quale stiamo familiarizzando e che ci rende elettrici. Questo, scorre.
Una sera ci siamo ubriacati, e mentre camminavamo sciolti e un po’ scomposti sotto i portici che diventavano nostri, lo abbiamo incontrato, ci ha sorriso, forse con la maliziosa certezza di aver ordinato il mosaico, commettendo invece un errore.
Tutte le ragazze cercano Teo, sarà per quei tratti del volto perfetti ma inconsueti, quasi femminei, alieni. Lui si rifugia nella mia compagnia, spesso silenziosa, e nei suoi personali esperimenti. E’ una corda di violino, vedo le sue mani tremare appena, anche quando indossa la sua faccia di gatto e i suoi occhi chiari e liquidi si fanno quieti. Costruiamo silenzi apparentemente asettici che sono invece zone franche, nelle quali il suo imbarazzo in questo mondo può allentarsi. Siamo complici, anche se non so bene di cosa.
Oggi è l’ultimo giorno a disposizione per portare a termine la nostra prova, è agitato, ha già rovesciato del Manganese dove non doveva, dovrò ricordarmelo, più tardi.
Vorrei tenerlo d’occhio, ma non lo posso vedere mentre fonde il Piombo.
Odio quel passaggio, lo lascio a lui, so che ne è attratto.
Chiudo il Bunsen di nuovo: esce solo gas, rischiamo di saltare tutti.
Non dico niente, alzo un muro difensivo che contiene l’errore dell’esperimento che si ripercuoterà a cascata sul risultato finale, il Bunsen assassino, il metallo fuso che sta arrivando ondeggiando, carico di presagi, con Teo.
Il crogiolo è pieno di Piombo fino all’orlo, non è possibile, era partito da qui con un frammento.
Gli chiedo ridendo se ha deciso di fare l’alchimista piuttosto che il chimico e vedo il suo sguardo brillare ma farsi obliquo evitando il mio.
Consegno la nostra relazione, già domani avremo il risultato. Ho corretto a ritroso le formule detraendo lo sbuffo di Manganese, ma per quello che è successo al Piombo non posso fare niente: non so cosa è accaduto realmente sotto la cappa.
Non riesco ad addormentarmi stasera, con questo pensiero, una variabile anomala che mi complica l’ordinario rassicurante scivolare nei sogni.
Uranio, penso. Di nuovo uno dei suoi esperimenti, questa volta sospeso tra chimica, alchimia e un lampo di intuizione che cade oltrepassandoci, lontanissimo.
La vostra prova è andata persa, ci dicono, ma avete superato l’esame a pieni voti.
E così, caro Teo, dopo tutti questi anni, tu sarai probabilmente uno scrittore, non un chimico, ancora tra quei monti che forgeranno le tue scritture come tu sapevi giocare con metalli e metalloidi, e intanto io mi addormento con un nodo che mi strozza la gola, pensando a cosa accadrà veramente quando tutto l’Uranio sarà trasformato in Piombo, e
Sorrido, disperata, ricordando la tua piccola prova generale della fine del mondo.
RABBIA (FINE DEL MONDO N ° 1)
Ricordo anni un po’ lontani quando in montagna si parlava di rabbia, era arrivata fino a lì; bisognava tenere dentro i cani e stare attenti.
Ascoltavo queste chiacchiere distrattamente, avevo altro a cui pensare il pomeriggio in cui arrivò la notizia: il temporale si portava via la luce, e io giocavo ostentando un coraggio non mio, con la cera delle candele, i fiammiferi, quelli “svedesi”, e piccole cose cui davo fuoco.
Più tardi, mentre cercavo di addormentarmi, i tuoni si avvicinavano ancora.
Dal Monte Altissimo e da Cima Telegrafo li sentivo scendere, collerici; subito rimbalzavano a Nord sul Monte Sparavieri, probabilmente. Si intrufolavano nell’Abisso di Cima di Mezzo, correvano giù verso il Monte Pastello, troppo vicini, ormai. Mi davano una piccola tregua tuffandosi a Sud nelle valli per spaventare la madonna dei Vai e andando a illuminare di lampi coreografici il Ponte di Veja. Evitavano, furbi, di azzardarsi nel Covolo di Camposilvano, dove si annidavano condizioni atmosferiche imprevedibili, zigzagavano tra i monoliti carsici allineati nella Valle delle Sfingi (lì avrebbero potuto davvero farsi del male). Lasciavano sempre in pace il Corno Mozzo, già triste di suo e il Vajo Alto, da cui era difficile tornare. Aggiravano, scaltri, il Monte Purga, Cima Trappola e, soprattutto, il Monte Tomba.
Sento dei brividi, forse di febbre, e qualcosa mi punge o mi morde un braccio, credo.
Chiamo aiuto.
Mamma, sarà
Arriva il dottore, che sento sussurrare ai grandi:
Stanno andandosene tutti, per la rabbia o per il vaccino.
Come per il vaccino? Penso, ingenua.
Entra nella mia stanza con modi sicuri e la sua borsa di salvezze, mi chiede solennemente:
Sei sicura di essere stata morsa? Perché nel caso non fosse vero e facciamo il vaccino …
Non finisce la frase.
Ma cosa ne so se è un sogno o sono stata morsa davvero? Cosa devo rispondere? Cosa importa a me che ho sei anni, se quel piccolo paese di montagna, o magari tutto il mondo sta per essere falciato dalla rabbia o dalla iatrogenesi?
Mi sveglio di colpo, febbre alta, il cane entra scodinzolando nella mia stanza.
IL MIO GIARDINO (E ALCUNE FINI DEL MONDO)

*
E’ da quando sono piccolo che scandaglio, attraverso i miei sogni, il “territorio delle fini del mondo”.
E’ come perlustrare un giardino senza tempo, che fiorisce lasciato a sé stesso.
Ospita magnolie, grandissime, fuori dimensione, come lo sono solo quelle che ti sorprendono uscendo da Avenida Quintana, a Buenos Aires, e arbusti che profumano di liquirizia, mischiati a cespugli marcescenti.
Le rose, di specie minuta, pungono, crescendo inselvatichite. Il muschio incupisce nei toni il verde degli angoli del mio umore, angoli appena raggiungibili dallo sguardo. Ciottoli bianchi e lisci, messi lì per essere accarezzati, diventano sassi aguzzi pronti a ferire. A volte distolgo lo sguardo, quasi per pietà, dai rami nodosi attorcigliati nei silenzi di quella Sophora Japonica solitaria, sempre senza foglie.
Tra gli alberi un sentiero porta ad un labirinto di siepi senza uscite. Lì mi sono perso, una volta.
Era facile avventurarsi in questo territorio, aspettando inconsapevole l’avvicendarsi dei miei sonni REM; a volte mi sentivo giardiniere, alchimista, o guerriero, altre un dio compassionevole che alla fine salvava tutti e tutto. In alcuni casi mi limitavo ad osservare da lontano: l’immaginazione, lasciata libera nel sogno, prendeva strade inconcepibili, che la veglia, mediatrice razionale ed impietosa, non avrebbe consentito.
E’ di queste mie scorrerie che vorrei parlarvi.
*Il labirinto di Villa Pisani in un’incisione del XVIII secolo.
Dall’alto della torretta centrale, guardate il percorso da seguire per non smarrirvi.
" Senza il suo aiuto è difficile trovare la via d’uscita, e sono ben visibili i danni degli incauti che, avventuratisi da soli, a un certo punto, circondati dalle pareti di bosso e con l’orizzonte limitato da una barriera di tigli e di carpini, senza avere più alcun punto di riferimento, disperati, hanno trapassato rovinosamente le siepi, pur di uscire dalla trappola."