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In nova fert animus mutatas dicere formas corpora.
[L'estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi]
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scritto da cronomoto nel tempo 14:19
martedì, 26 maggio 2009


Poco meno di un anno fa Remo Bassini proponeva l'iniziativa  "A quattro mani"
Arimane e Cronomoto hanno risposto con questo racconto, che adesso trova posto nei rispettivi blog.

Stellamadre
di Arimane e Cronomoto

Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste - così veniamo al mondo noi stelle - la vista era magnifica.
Non c’erano ancora molte compagne, ma i vortici di materia brillante che di lì a poco le avrebbero generate erano splendidi, nel loro avvolgersi silenzioso. Mi affascinavano di più i vuoti, però: di un nero concreto, irresistibilmente attraente; li vedevo come un porto sicuro. Pozzi d’inchiostro, avrei pensato, se invece di stella fossi stata bambina, a guardare stregata il calamaio innestato nel banco, col sogno di intingervi il dito.
Mi è piaciuto, dopo, danzare in rivoluzioni e rotazioni, sentire il rumore del cielo, e incendiarmi, voltandomi a guardare gli scampoli di fuoco che lasciavo dietro di me, a spegnersi lontano: mi divertivo assai a vederli esaurire la spinta, esitare, fermarsi e mettersi a ruotare. Raffreddavano, ciascuno a suo tempo e a suo modo, prendendo colori diversi.
Fossi stata bambina - più grande, adesso - e non stella, avrei pensato che fossero fatti delle stoffe ruvide o vaporose, granulose o finissime, che esplodevano di vermiglio o di cobalto, di pervinca o di turchese leggero sul telaio di mia madre, quando lavorava accanto a mio padre, maestro di colori.
E vorrei esserlo, la bimba dell’inchiostro, per usarlo e dire con quello del più bello dei frammenti, che si è intiepidito lentamente, crepandosi tutto in valli e montagne e ha mischiato atomi semplici, a far liquido e a fare il cielo azzurro come altri cieli non sono. Come una madre, l’ho allevato, quel pezzo di me, l’ho scaldato piano, illuminato. Giocava, splendendo di ghiaccio, poi ostentando orgoglioso la chioma verde, l’elmo di un guerriero. Correva, quasi ruzzolasse da una pietraia, a sbucciarsi le ginocchia, imprudente, a cercare un destino diverso dagli altri. E infatti: presto divenne folle di esseri microscopici e laboriosi.
Non fossi stella, direi ciò che oggi m’inquieta. Il tempo è passato, e tanto; invece del soffio del fuoco avverto ora, profondo, un brontolio sordo, un turgore che cresce. So cos’è, ma a chi dirlo? So che marcio da un tempo che sembra infinito verso il momento in cui la fornace che mi anima finirà di ardere tutto.
E’ oggi, il giorno. Se non fossi stella, ma la bambina dell’inchiostro e delle stoffe, e la donna che ha allevato le sue creature, la mia fine sarebbe semplice, anche se dolorosa. Mancherei al mondo, forse.
Ma sono stella, e sarà il mondo a mancare a me.
Resterò taciturna e pesantissima in questo angolo di cielo a raffreddare anch’io, dopo avere avvolto di fuoco e fatto svanire in un attimo il corteo di piccoli compagni che m’hanno girato attorno per tanto tempo. Senza mai avvicinarci, quasi fossimo timidi innamorati; paghi, loro, di vedere i miei lunghi capelli di luce sciolti nel cielo, e io di osservarli nei loro giochi cangianti.


 
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categoria : con-fusioni

scritto da cronomoto nel tempo 14:42
lunedì, 21 gennaio 2008


CANTA CHE TI PASSA




disegno di Marco Corona


 
 
Il rumore delle mietitrici sale dalla valle, metodico. Se lascio l’attenzione sciolta, dal punto in cui sono, sulla collina, il suono sembra animarsi in un canto coerente. Nelle modulazioni che si alternano distinguo qualcosa di preciso: forse dei significati, o un’intelligenza, in un coro di voci.
 
Chiedo, allora, come in quei giochi senza senso che fai da adolescente: ma cosa volete?
Mi rispondono rassicuranti e ragionevoli, ma in un brusio elusivo.
D’impulso, un’altra domanda, ma nel preciso momento in cui  la pongo ho la certezza  di aver fatto un passo falso. Ne sono conferma i toni e i ritmi, ora affrettati.
Mi chiudo in casa, immaginandole mentre sforbiciano l’aria e avanzano stridendo.
Voglio dormire, adesso, per non pensare e poi nei sogni possiamo lasciare che accada qualsiasi cosa. Mi addormento, spossata dal loro mantra che filtra da ogni fessura.
 
Atropo, mi chiamo Atropo, sostiene fiera, sulla soglia della mia stanza. Entra alzando e roteando gli arti sghembi, di meccano. Il tempo di avvertire le sue parole taglienti e inizio a correre lontano, ricordandomi solo ora (ma non sarà un altro sogno?), di raggiungere le mie compagne nella valle, spero mi accolgano a braccia aperte. 


 
Ringrazio Marco Corona, che mi ha regalato la bella illustrazione per "Canta che ti passa"(onoratissima)

E Cristina Bove, che mi ha dato lo spunto per le mietitrici in un suo commento.

Il post è gemellato con... Canta che ti passa di Whois 
 
 
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categoria : sogni, cronoracconti, con-fusioni

scritto da cronomoto nel tempo 08:28
mercoledì, 13 giugno 2007

Piuccheperfetto
di  Arimane e Cronomoto
di nuovo con-fusi

 

 


*



- C’è una rete da tendere, mi avevi detto, ricordi?

 

Avevano iniziato subito a tirare i primi fili; si aggiunsero altri, e altri ancora.

Come equilibristi, testavano timidamente le prime connessioni; qualche trapezista - così li chiamavano - azzardò movimenti più ampi, fino a quel momento inconcepibili.

Dicevano che avrebbe potuto crescere indefinitamente. Per accumulo e sedimentazione, moltiplicando tentacoli e pseudopodi immateriali quanto le parole di cui erano composti.

Le connessioni che si erano andate disegnando erano infinite e spesso al limite della probabilità; alcuni percorsi erano dei capolavori di intelligenza o di ironia. Le correnti che attraversavano l'immenso reticolo conducevano chi si affidava loro su sentieri avventurosi e sempre inediti.

Sembrava - e forse era davvero così - che non potesse esservi migliore rappresentazione della velocità, del dinamismo: una grande architettura pulsante, rapida, attraversata da corridoi, cunicoli, passaggi, anfratti, iati e ponti sospesi, arditissimi. E poi, ancora, luoghi oscuri, difficilmente raggiungibili; fili tenui e grosse gomene, grovigli e delicate ragnatele.

 

- Era facile  espandersi,  riversando  i propri  pensieri: si allineavano  parole, immagini, sensazioni e tanto altro,  e sempre di più: ci si confrontava da un capo all’altro di questi fili.

- Sì, era inebriante - che ingenuità! - scoprire che tutta quella varietà legava sempre più strettamente gli individui tra loro, scorrendo in sinapsi artificiali cui avevamo dato solo il  timido via.  A noi era parso di congiungere stelle…

 

Le connessioni, sempre più tese, surriscaldate nelle diramazioni ormai così complesse da rendere indistinguibili gli inizi e le fini, stavano accendendo spontaneamente dei fuochi che riunivano coaguli di pensiero, sempre meno mobile e sempre meno nobile.

 

- Ce ne accorgemmo tardi. Ricordi, vero? In un primo tempo lo intuimmo, lo sospettammo soltanto. La moltiplicazione dei legami, la proliferazione delle trame poteva trasformarsi in una gabbia, in un bozzolo, a bloccare le ali di qualsiasi farfalla.

- Non ci facemmo molto caso: era ancora troppo attraente, l’idea di lanciare rampini e tirare le corde per poi scivolarvi esaltati fino al prossimo nodo.

 

Le sfumature iniziali avevano poi iniziato a mescolarsi in un solo colore: sembrava davvero quello cercato da tutti,  le scritture, diversissime, convergevano verso forme sempre meno distinguibili. Come se i pensieri, anche contrastanti, unici e irrepetibili si trasformassero in un  gigantesco, monolitico “nulla”.

Adesso è tutto è immobile; una macchina indolente il cui  il potente generatore si è guastato. Un enorme scarabocchio… le idee partono  e arrivano balorde,  perdono subito la loro distinta brillantezza. Si riavvolgono in loop come una vecchia bobina malandata.

 

- Resta qualche piccola area scoperta…

- Solo una, forse, molto piccola. E’ l’ultimo lembo di rete non coperto dal Motore, dall’inesorabile mappatura. Ma guarda: è primitiva, elementare; l’isolamento l’ha degradata…

- Un po’ rozza sì; ma riconosco i lampi di intuizione dei pionieri di un tempo. Se ci muovessimo da qui? Non saremmo  tracciabili, nemmeno dalle Vedette.

- Vuoi sabotare la nostra stessa creatura…

- Sì. Mieteremo fili, bloccheremo le stazioni di arrivo e di partenza, taglieremo ogni capo di questo groviglio. Infileremo il dubbio nei viadotti, faremo crollare i ponti, recideremo le linee lasciandole penzolanti, imperfette, ma pronte ad accogliere nuovi impulsi e a trasmetterli, liberi, a chi li vuole raccogliere. Riapriremo le strade all’immaginazione e all’intuito, così.

- Torniamo indietro, dunque?
- O forse andiamo un po’ più avanti.


* Foto di Arimane

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categoria : con-fusioni

scritto da cronomoto nel tempo 13:40
venerdì, 09 febbraio 2007

 

CIRCO

 

Uno spettacolo sensazionale unico al mondo, brividi a fior di pelle garantiti. ENTRATE signore e signori potrete ammirare la pulce cannone, il canguro stanco, e le formiche distratte. Uomini mostruosamente belli sospesi nel vuoto legati a un attimo che sembra una catena. Le meraviglie dei poteri ignoti di chi appare e scompare, di bestie feroci che guardano la televisione e di una risata stretta piena di malinconia.

miskin



http://circo.splinder.com

 


*



 

 
 * Immagine di Lorenzo Mattotti

 

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categoria : con-fusioni

scritto da cronomoto nel tempo 15:34
mercoledì, 31 gennaio 2007

Memorie dall’Organizzazione [8]

  

  Si è piccoli e si è innocenti

 

di Cominciare


 

 

 

*

 


A quell’età (come, poi in fondo, il vasto gruppo dei suoi coetanei) neanche lei sa tenere separato un sentimento dall’altro e ogni oscillazione sulla ruota della sua sensibilità ha il potere di annebbiarle la mente fissando l’attimo nella stupefacente scatola delle memorie. L’immaginazione del suo futuro oscura ciò che ha già tra le mani. Questo poco importa a lei che, giocherellando con la terra e i sassi, fantasticando storie dentro bottiglie vuote, raccattando ciò che l’adulto scarta per trasformarlo in meraviglioso strumento musicale, trascorre le giornate nella beata incoscienza del tempo che si consuma. Non può sapere che il mondo che la circonda sarà un tutt’uno con la sua persona; non può immaginare che le sue fantasie sulla futura donna, quelle che dimenticherà crescendo, saranno certamente impossibili da realizzarsi e per questo meravigliosamente eterne. È piccola e la sua pelle è bianca semi trasparente, racchiude in sé la bellezza dell’essere bambina. Le sue labbra lucide e rosso fuoco hanno formulato con spontaneità  la curiosità d’essere donna, lo hanno fatto con la tensione di un’aspettativa intensa e coinvolgente ma vaga e dolce come lo può essere solo una bella favola. Ogni incarico ricevuto dal mondo adulto la diverte in quella sfida che i piccoli hanno con la vita, nella fretta di crescere e diventare la principessa che sarà. Così ascolta attenta quella voce  mentre le impartisce quel compito: “Sai guardare lontano e vedere con la mente ciò che ancora non è stato pensato?” Le aveva detto d’improvviso quella voce maschile tanto cara a lei. Aveva rotto un momento di silenzio distraendola dei suoi pensieri. Lei aveva riso divertita e subito aveva risposto: “La città futura attorno a questa casa? Le macchine che inventeranno…magari potranno volare. Cosa dici? Saranno capaci di farlo?” L’uomo aveva sorriso ma non le aveva risposto, non voleva interferire, lei aveva proseguito. “beh, a me piacerebbe.”






Termina qui la prima ondata di Interventi-capitoli  per “IL TESSITORE”

L’Organizzazione,  felicemente allargata ( Aquatarkus  Arimane Cominciare Cronomoto Farolit IceKent, Matisse,  Penzogi )   continua a raccogliere nuove adesioni: Qui  il capitolo [0] e le istruzioni per partecipare.

 *Immagine di Lorenzo Mattotti

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categoria : con-fusioni, tessitore

scritto da cronomoto nel tempo 12:37
lunedì, 29 gennaio 2007


Memorie dall’Organizzazione [7]

  

  UN GIOCO DA RAGAZZI

 

di Penzogi






Vai, mi hanno detto, corri più presto che puoi. Corri e vai, più veloce della luce, più veloce del tempo, più veloce della vita.
Vai, ancora una volta, vai!
Solo il tempo di prendere…una carta da gioco, un fante di denari, metterlo in tasca e via…dicono che abbia perso la confidenza con il tempo, dicono. Io, Guardiano del Tempio del Tempo, che ho viaggiato in lungo, in largo e…nel tempo. Dovevo andare, ancora una volta.
Parto, sicuro che parto, parto sicuro: i tunnel spazio-temporali (pieni di fulmini) li conosco come le tasche della mia tunica. Posso percorrerli ad occhi chiusi, anzi è meglio. Ancora una volta, oltre.
Vai, mi hanno detto, corri, vola! Mi hanno ordinato. La carta da gioco, un gioco da ragazzi. Per rimetterla…per mettere le cose a posto. Viaggio nel vuoto dove ci si può perdere, senza tempo e senza materia. Tutto è buio, nero (sorrido pensando che se fosse stato giallo li avrebbero chiamati “buchi gialli”).
Ecco, mi vedo. Vedo un bambino. Si gira come se mi avesse visto. Mi giro come se ci fosse qualcuno. Prende un mazzo di carte da terra. Sono solo, faccio un solitario, penso. Ancora una volta. Dispone le carte coperte davanti a se, poi le gira lentamente, un gioco. Gira le carte e…ne manca una. Dove sarà finita? Dov’è il fante di denari? Si domanda. Dov’è il fante di denari, mi chiedo toccando la tasca vuota. C’era prima d’iniziare a giocare. L’avrò persa durante il viaggio? No, è scivolata vicino alla porta, la raccolgo…”Cos’è quello?” chiede indicando il mazzo di carte. Torno in me. Sono tornato. “Cos’è?” chiede l’insegnante che accompagna una decina di discepoli in visita al Tempio. Mi giro verso la bacheca che stava indicando, “E’…è un mazzo di carte”. “Un mazzo di carte?” chiede quello che sembra essere il più sveglio del gruppo. “Serviva per giocare, tanto tempo fa. Un mazzo era composto da quaranta carte. Si disponevano…”. “Perché è conservato nel Tempio del Tempo?”. “Perché…” quante volte avrò risposto a questa domanda? Mille, tremila, cinquemila? “…Perché cinquemila anni fa, quel mazzo di carte, è stato il primo oggetto che ha viaggiato…”. “Perché sono trentanove, ne manca una?” M’interrompe il più grande. Manca? Metto la mano in tasca a cercare i contorni del fante di denari…c’è. C’è ancora, dopo tanto tempo. “Perché è andata persa durante il viaggio spazio-temporale e, con tutto quel buio intorno, non è mai stata trovata”.
Sorrido solo io.



Qui  il capitolo [0] e le istruzioni per partecipare al racconto

 


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scritto da cronomoto nel tempo 15:13
mercoledì, 24 gennaio 2007



Memorie dall’Organizzazione [6]

  

  IL COLLEZIONISTA

 (di Arimane)

 

 

 

 

 

 

 

Sono il famoso Scorpo,
vanto e gloria dell’acclamante circo,
tuo plauso ed effimera delizia, Roma.

Lachesi invidiosa mi rapì a ventisette anni,
contò le mie vittorie e mi credette vecchio
(Marziale, Epigrammi, Lib. X, 53)

 

 

 

 






Eccolo, è lì, cammina per strada, le mani in tasca, forse a stringere rabbie senza profilo.

Il passo è spedito, ma a me fa sospettare che non vada in nessun luogo. Lo salutano con grandi sorrisi, gli cedono il passo; lui si ferma, ricambia i sorrisi, ringrazia con imbarazzo finto o vero.

Non ha mai perduto, colleziona successi. Li tiene in disordine, ammucchiati fra carte, disegni e orologi. Ogni tanto li guarda, con fastidio o con nostalgia. Stanco. Addosso i segni delle vittorie, come ferite.

Avvicinarlo è semplice; più difficile destare il suo interesse. Lo faccio con discrezione, nel tempo. Non ci può essere fretta, nel mio lavoro.

Presa confidenza, in punta di piedi gli suggerisco; un giorno semplicemente un dubbio, un altro come uno scarto, un altro ancora un guizzo della mente.

Alla fine, mi decido a rischiare. Prendo una delle sue coppe, non so più quale trofeo, ci verso del vino, la porto alle labbra. Sembra sorpreso nel vedere che di quel premio si possa far uso; che non si tratta di un oggetto da posare fra gli altri, imbarazzante. Posa il suo bicchiere, toglie gli occhiali, stropiccia gli occhi. Ci penserà, lo so, nelle ore che predilige, quando tutto è silenzioso.

Adesso guardo la finestra illuminata. Dietro il vetro, lo immagino a  fissare un foglio dove ha disegnato linee e punti e spirali. Aggiunge i colori alle immagini che si disegnano nel suo sguardo. Un filo d’inchiostro si distende a tracciare parole limpide; vede un prato che sembra senza fine.

Lo vedo uscire sulla strada incerta della notte; di nuovo cammina, ma non si sforza di apparire deciso, si ferma a guardare un riflesso, a cogliere una nota perduta. Siamo arrivati al mare. Da lontano, lo vedo rivolto verso le onde pigre, che non si distinguono.

Il cielo è ancora nero, quando ritorna; si ferma, si gira, come mi avesse visto. Nell’istante brevissimo in cui una luce di passaggio lo rischiara, ho l’impressione di leggere un sorriso.

Penso che forse quel lavoro è finito.

 

 

 

 

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categoria : con-fusioni, tessitore

scritto da cronomoto nel tempo 07:15
lunedì, 22 gennaio 2007

 
 
Memorie dall’Organizzazione [5]

  

 

GLI ORIZZONTI DI MATISSE

 

 

 


 

 

Qui  il capitolo [0] e le istruzioni per partecipare al racconto

 

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scritto da cronomoto nel tempo 07:44
venerdì, 19 gennaio 2007

 


 
Memorie dall’Organizzazione [4] e [4.1]

  

 

L'ANTAGONISTA 

 di Aquatarkus


 


 

 



 

No. Non era ancora il momento. L’umanità non era ancora pronta per tutto questo.

Eppure quelli dell’Organizzazione si stavano dando da fare alacremente. L’Antagonista assisteva ammutolito al comparire repentino di quei bagliori di consapevolezza che si accendevano intorno a lui. Era l’unico a sapere che erano generati dal rozzo intervento di un Incaricato.

Ai suoi tempi l’Organizzazione era solo brillante teoria e sana pianificazione, proiettata in un lontano futuro. La nuova gestione l’aveva lasciato sconcertato; tutta quella febbre di agire, di intervenire, di aggiustare gli ingranaggi spezzati era una nuova pericolosa moda.
Gli strumenti che avevano reso cristallina la teoria ora erano diventati micidiali bisturi per modificare la realtà con cicatrici indelebili.
Così lui, che era stato uno dei fondatori dell’Organizzazione, era diventato l’Antagonista.
Aveva iniziato con lo spirito del maestro che corregge con una matita rossa lo strafalcione dello scolaro, ma alla fine aveva capito che la sua missione era recuperare quella splendida teoria, quel futuro lontano, quell’agire tramite impercettibili mutamenti della realtà.
Così  aveva seguito uno dei tanti membri dell’Organizzazione nel suo nefasto peregrinare tra le miserie umane. Aveva riconosciuto immediatamente quel rozzo, ma efficace intervento per modificare le percentuali di realtà probabile.
L’Incaricato aveva semplicemente messo un gattino davanti alla porta di quella coppia senza figli. L’Antagonista sapeva che l’affiliato all’Organizzazione in questo modo avrebbe artificiosamente ridotto a livelli accettabili il nodo di conflittualità presente nelle equazioni di quel quadrante.
Tutto ciò era riprovevole: usare una splendida teoria per risolvere una faccenda così meschina.
L’Antagonista approfittò di un assenza della coppia per inoculare la coltura di una micidiale malattia nel gattino. Sarebbe morto entro pochi giorni. Tutto sarebbe tornato come prima, con la tensione che avrebbe raggiunto il livello critico fino a esplodere tragicamente in un episodio criminale, coinvolgendo tutto il quadrante.
Le cose dovevano rimanere così, non era quello il modo di ridurre la conflittualità del quadrante.
In quel misero angolo della realtà umana che gli abitanti chiamavano Erba.



LA VARIANTE FAROLIT
 
…L’Antagonista pensava di approfittare di una  lunga assenza della coppia per inoculare la coltura di una micidiale malattia al gattino.
Ma accadde che nel farlo il pargolo felino si mosse accidentalmente e l’Antagonista s’iniettò la coltura su di sé. I due coniugi lo trovarono steso davanti al loro pianerottolo con un gattino basito accanto. Subito si aprì un’inchiesta e presto si chiuse, l’Antagonista risultò morto per una malattia sconosciuta, molto trambusto per nulla. I due coniugi adottarono il gattino e ne divennero sudditi soggiogati e sedati dalle micesche  carezze e felici per le fusa. L’Antagonista involontariamente gli aveva regalato una Pet Therapy efficace e salvifica. Era quello il modo di ridurre la conflittualità del quadrante. E ogni angolo di umana realtà chiamato mondo.
 

 
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scritto da cronomoto nel tempo 21:40
martedì, 16 gennaio 2007

 


Memorie dall’Organizzazione [3]

  

 

LA FACCIA NASCOSTA 

 

di IceKent

 

 

L'incarico non era dei più semplici, ma era sicuro di farcela anche questa volta.

Avrebbe dovuto pensarci per molto tempo, certo, a fare i suoi esperimenti, ma la soluzione gli si sarebbe presentata alla mente colpendolo con la sua semplicità.

 

Passarono i giorni, ma il Tessitore non riusciva a trovare il bandolo della matassa.

Gira e rigira, si ritrovava sempre dalla parte sbagliata.

Si stava quasi convincendo che questa volta non sarebbe riuscito a trovare la soluzione che gli era stata chiesta, quando, in un momento in cui stava guardandola un'altra parte, con la coda della mente intravide la risposta, e non se la fece scappare.

 

Prese così un gessetto colorato, e segnò un segmento davanti ai suoi piedi, un tratto  che iniziava da un lato del sentiero e terminava nell'altro.

Cercò poi un grosso coltello, trovò una taglierina enorme che manovrò con ambedue le mani.

Fece un taglio netto, seguendo il segmento che aveva appena tracciato sulla superficie rivolta verso di lui.

Al termine del taglio, quasi per magia, si rese conto di aver portato a compimento l'incarico, e nel migliore dei modi.

 

Ora gli abitanti del Nastro di Moebius avevano un mondo che possedeva due facce e due bordi!

 

  


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