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In nova fert animus mutatas dicere formas corpora.
[L'estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi]
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scritto da cronomoto nel tempo 19:04
sabato, 27 giugno 2009


Portano camici bianchi e cognomi doppi scritti sul taschino con la biro blu. Parlano di sogni: strumenti che si innestano dove viene meno un equilibrio tra desideri e aspettative, come bilancieri perfettamente tarati e oscillanti di corpi pieni e corpi cavi.
 
 
Mi han detto siediti e sogna.
 
Staccandomi dal cammino prigioniero e magnetico che percorro abitualmente, probabilmente esaltata dallo splendore estivo, ho scelto una via che non avevo mai notato: mi era parsa così familiare da parcheggiare sotto i suoi alberi come fosse un’abitudine.
I sogni non te li puoi scegliere, come gran parte della vita.
Così sono entrata a casa sua. La tazza del caffè sul tavolo, le imposte socchiuse, (ma come mi è venuto in mente di passare a quest’ora?) i libri sparsi, la radio accesa, il portatile ancora spento.
Tutto abbastanza comune, a cosa serve sognare?
 
Si è voltato, gli occhi grigi e sorridevano, sorridevano a me.
La mattina a disegnarci arabeschi sulla schiena (fasto e gioia), uscire e passeggiare silenziosi per le vie del centro. Seduti a parlare mangiando un panino. Lo guardo tracciando, solo con l’immaginazione (ogni idea che ho accarezzato si è smarrita nell’ordine delle cose), uno schizzo del suo viso.
 
Il tempo che il cielo di oggi, un foglio di carta blu senza alcuna sfumatura, abbia modo di stendersi, sorprendere e giocare con la città pallida, sua e mia. Il tempo di assottigliare le ombre, allungarle a coprire ogni vicolo e piazza, prima che spariscano.
Me ne sono andata portando via questo frammento: che non scivoli a terra rovinato dalla vita; mi sono fermata qui sul ciglio del sogno.
 
 
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categoria : sogni, ultimo neurone, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 21:17
giovedì, 17 aprile 2008


           VITA DA FOSSILE  (un certo discorso)

 
 
Mi piacerebbe distendere la schiena ma lo spazio che ho a disposizione non lo consente: la sorte mi ha rinchiuso in un museo di scienze naturali, per proteggermi. 
Ma tu sai quanto è frustrante veder scorrere il mondo e non poter alzare un braccio e fare una carezza, né dire nulla? (E ce ne sarebbero di cose da raccontare dell’era terziaria, e della quaternaria).
 
Le scolaresche mettono gioia: mi sono spaventato solo quando i ragazzini arrivavano con i pantaloncini corti e uno strano copricapo nero; si sono evoluti grazie a scatolette minuscole che spuntavano dalle tasche assieme alla musica, ora ostentano oggetti piatti e lucidi ancora più piccoli ma con uno schermo enorme, pensano di avere il mondo in mano, e non sanno nemmeno cos’è un esoscheletro. Ma hanno occhi vispi, e ancora tempo.
Il custode, l’ultimo, dopo che se ne sono andati tutti si lamenta a voce alta dei problemi con il videopoker e con la moglie, e forse è per questo che nasconde con cura nello sgabuzzino un bottiglione di vino che non deve essere nemmeno tanto buono, secondo me.
Molti si lasciano ammaliare dai quarzi vanesi che brillano di luce riflessa, o da quella sciacquetta di resina: ambra, si fa chiamare.
Poi c’è la bambina che viene spesso, accompagnata dal nonno: la prima volta piangeva, silenziosa, oggi invece stringe piccole margherite, raccolte nel giardino del museo. Spero che la smetta di contemplare con i suoi occhi grandi lo scheletro del dinosauro a guardia dell’entrata. Magari  si accorgerà di me, quando sarà più grande.
 
(Vorrei averti seduta di fianco a me mentre guido, per andare chissà dove. Vorrei vederti mentre cucini, mentre leggi, mentre ascolti musica, mentre fai la doccia, ma non vorrei più vederti piangere. Vorrei ancora ascoltarti mentre spari le tue battute acide sugli pterodattili e tutto il resto, prenderei col sorriso sulle labbra anche quello che farebbe scappare a gambe levate un uomo, solo perché tu sei tu e non potresti essere diversa).
 
Penso a tutte le persone che vanno e vengono ogni giorno per vedere noi, perfettamente protetti, ormai invulnerabili ma sempre uguali.
Ho una gran fortuna, io: vedrò crescere altre generazioni di mondi, incerte ma vive, e ancora lei.
 
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categoria : ultimo neurone, cronoracconti, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 22:16
martedì, 04 dicembre 2007

Prima che
 



Sei una stella, ma come loro hai  paura di morire: collasserai, oltre l’orizzonte degli eventi.
Sei solo tanto tesa, e non puoi chiuderti in uno sgabuzzino e uscire quando tutto è passato. Devi portare a termine il tuo viaggio ellittico, fatto di trasparenze e opacità. E’ frustrante non poterlo scardinare.
Sei stanca di distrazioni tristi: collisioni e splendori perfetti.
Ti trasformeresti in ladra di carezze, se fossi una di loro. Sogni di essere sbucciata e smembrata in spicchi, lasciati liberi nel loro arancio tracciante.
Vieni, adesso, attraversa i cerchi concentrici che ti avvicinano alla fine: divertiti  a giocare con il tempo saltando di orizzonte in orizzonte. Ma prima che il nero assoluto ti divori, lascia che io possa placarmi ancora una volta in questo amore incauto e scaleno.
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categoria : ultimo neurone, cronoracconti, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 12:04
mercoledì, 22 agosto 2007


SISTEREIS

 
Sono isole, gemelle, speculari, eppure lontane.
 
Di rocce bianchissime, sa dell’altra e passa le notti a fantasticare, come può fantasticare un’isola, sulle possibilità di raggiungerla. Sogna di istmi, cataclismi e anche di naufragi, che possano avvicinarle. Si tende verso Est, quasi potesse trasformare il destino in un braccio di terra. Si dispera guardando le stelle, sempre ferme, immaginando per loro e anche per sé, movimenti immensi.
 
Pesca suoni da acque profonde: respiri lentissimi, ronzii taglienti, canti distorti e inconsolabili, sibili che si sono smarriti scandagliando le correnti. Si chiede se l’isola gemella senta come lei.
Placida e bianca nella sua ignoranza, questa si allarga in curve morbide verso Ovest, distendendosi in un interminabile sbadiglio. Non pensa ad accelerare ciò che la lentezza invisibile del tempo le riserva.
 
Scrivo, spettatore, dalla mia casa scavata nella roccia bianca.
Qui onde e maree assediano le fondamenta, le sento nel sonno e non c’è suono che porti altrettanta pace. E’ solo il pensiero di non poter assistere all’abbraccio di rocce naufraghe e sabbia a rannuvolare le mie giornate.
Sono qui a chiedere, a voi che avete trovato questo messaggio, di testimoniare il momento in cui si congiungeranno.



Sistereis: ultimo viaggio prima del naufragio
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categoria : sogni, cronoracconti, nomaps, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 08:18
venerdì, 22 giugno 2007


(SCRITTO) NEL NOME
 

Sono scappato da un laboratorio.
E’ stato facile: ho detto che volevo prendere una boccata d’aria fresca, ne ho diritto anch’io, me la sono svignata.
Non che stessi male, solo mi ero stancato di essere sbatacchiato da un vetrino all’altro, e poi non mi piaceva stare sotto osservazione, sono un tipo riservato.
A dirla tutta ero anche preoccupato. Sentivo i più giovani, imprudenti, bisbigliare: volevano  fermare il tempo cellulare. Ho capito subito che stavano pensando a me, per via del nome che porto, Cronobio, non sono mica scemo.
 
L’ho vista, quasi trasparente, ciliata, in controluce; si muoveva in doppia elica avvitandosi leggera, come non avesse peso e direzione, non sapeva dove andare.  
Me la sono portata via, prima che il giorno terminasse ammazzandomela di dolore.
Un gesto avventato, ve lo dico subito, non ho attenuanti.
Mi dispiace per voi.
 
Scleròmaca, amore mio patogeno, la testa tra le nuvole, fatti vedere ancora un po’ mentre sorridi e vibri; lascia che appoggi lo sguardo al tuo, che mi sostiene, come certa musica.
Ti hanno fatta per non perdere i ricordi, di queste cose non capisco quasi niente, ma l’idea non mi pareva tanto buona. Te lo ripeto ogni mattina, ma ascolti poco: troppe cose in quella testa, non importa.
Mi piace entrare nel tuo sonno mescolato, quello che di notte cancella ogni dolore (ma non a te).
E se ti stacchi, e ti volti piano per non svegliarmi, ti vengo ad abbracciare da dietro.
Cosa sarà del mondo, più tardi, quando ci uniremo?
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categoria : cronoracconti, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 17:24
lunedì, 30 aprile 2007


QUESTIONI  DI ARREDAMENTO
 


 

Con questa nuova luce che illumina la stanza, mi accorgo solo ora di quanto è spoglia.

La calda tonalità di grigio chiaro che avevo scelto per i muri sembrava bastarmi.

Perché non  appendere dei momenti alle pareti?

 

Le possibilità di scelta sono ampie. Già immagino gli istanti più belli, sospesi, ben spaziati, come quadri d’autore. Frugo tra i ricordi ma, appena li spillo al muro, perdono la loro originale brillantezza. Corro avanti a cercare altri momenti: i ricordi dal futuro, quelli che vorrei lo diventassero. Come trompe  d’oeil concederebbero  nuove prospettive a questa stanza.

Ma non ho il coraggio di esporli, né di osservarli io stesso troppo a lungo: lo sguardo riconoscerebbe presto, molto presto, la loro natura illusoria, svilendoli.

 

Sono incerto. Mi sto chiedendo seriamente se non sia piuttosto il caso di lasciare spoglie le pareti della stanza, e limitarmi a incursioni tra pochi fotogrammi che appartengono alla memoria e all’immaginazione, evitando sovraesposizioni avventate. Contemplo così, in controluce,  il vuoto apparente  e dedicato.


 





Variazione Miskin
(di Miskin)

In una casa affogata nel verde giù sulle sponde di un lago sereno dormo profondamente in un letto ad acqua rotondo. Gli occhi palpitano a contatto con una lama di luce che si apre nella stanza asciutta. Aprendo gli occhi velati di sonno guardo l’altra riva buttarsi nell’acqua calma e profonda, sono promontori dolci come miele che cola, si specchiano paesini d’intonaco sbriciolato, ogni uno col suo campanile, punto di riferimento sonoro di chi pesca nel tempo. È una vetrata curva che si estende per tutta la parete la mia finestra, corre da un punto all’altro incorniciando fughe profonde. Tutta la struttura della casa è circolare e si sviluppa su tre piani, ma nel centro lo spazio è libero dalla terra al cielo, i piani sono su vari livelli come dei ripiani aggrappati alle pareti uniti da una scala in ferro esile e essenziale nella sua semplicità. Sulle pareti corrono mensole lunghissime colme di libri impilati stretti sul mattone vivo. Lo spazio è unico ma dinamico, i piani sono montati su un binario che corre intorno a tutta la casa e il vento fa muovere le stanze aperte lentamente come argani idraulici spostano pesi inimmaginabili. Tutto ruota su se stesso e mi sembra di stare seduto dentro l’obiettivo di una macchina da presa.
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categoria : cronoracconti, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 22:00
martedì, 13 marzo 2007


PSICOMETRIA APPLICATA (ALLA TASTIERA)


 

 

 

Tu, lettore di passaggio, che oggi mi stai sfiorando perché vuoi sentire tra le dita la mia storia, convinto che il passato sia tutto rinchiuso nel presente, fermati. Non cercare di capire, guardami soltanto. Così i miei ricordi affioreranno come pesci guizzanti in un torrente e potrai afferrarli con le mani.

 

Mi sentivo bellissima, scelta tra tante. Wireless,  prima generazione,  tecnologicamente elegante senza quei luccichii pacchiani e un po’ volgari, tanto di moda adesso.

Mi svestì lentamente, una volta a casa: ero  imbarazzatissima, nella mia prima volta (e anche ultima, per nostro destino).

In un attimo fui  collegata  al suo computer, un attimo eterno in cui  dati e segreti mi vennero addosso tutti insieme. Ricambiai le confidenze dedicandomi completamente a lui, senza mai tradirlo.

 

Rimanevo sospesa, aspettando il tocco delle sue dita, a volte leggero, incerto, altre sicuro, quasi imperioso; mi confondeva, sorprendendomi ogni volta con un ritmo diverso.

I suoi sbalzi di umore mi spaventavano, se ne accorgeva, probabilmente:  i refusi erano quasi sempre miei e mi bloccavo, intestardita: volevo  fargli capire che ero lì, con lui.

 

Passava giornate intere su di me, a volte sfinendomi, ne ero felice.

Una  giorno, un tocco diverso: le  dita si muovevano allegre e frenetiche:  freccia sinistra, freccia destra, su, giù. 

Giocava come un bambino, ad ogni vittoria, un pugno ben assestato su Invio. Ridevamo, insieme. Quel giorno piovevano briciole, anche.

Il mattino dopo tornò, mi pulì con pazienza; avvertivo  una certa emozione nelle sue cure, nel suo indugiare, non credo fosse solo  suggestione.  

Una notte la trascorse  a scrivere,  fino all’alba; non capivo un granché, ma potevo assaporare le sue lacrime: erano per me, probabilmente. Ricordo ancora come i  colori della notte  trasfigurarono in quelli del giorno, quella volta: cambiavano con ritmi irreali, troppo veloci, inseguendo  il tempo che scorreva senza  fatica.

 

Vorrei  conoscere tutti  i segreti della scrittura per soccorrerlo, quando ne ha bisogno.

Ma i trucchi non funzionano, in queste cose, come in altre. Mi affiderò  semplicemente a ciò che scorrerà tra le sue dita e la mia superficie, allora.

Vorrei trasformarmi in una penna a china dal tratto limpido tra le sue mani, rivelandomi  in un semplice segno, a volte geometrico, a volte morbido, come ogni emozione, mai uguale.
Ma sono solo una tastiera che oggi  vive, incerta, la propria obsolescenza:  per questo chiedo a te, lettore psicometrico, di dirgli, presto,  quanto sai.

 

Non solo le tastiere  parlano…..

 Anche le scritture, a volte: è il caso del  romanzo “Mia Nonna Emilia”, di MariaStrofa che potete ammirare  in una pregiatissima edizione,  e al quale è stata data la voce, e  dire voce è restrittivo, da Cassiodorov:

andate in questa stanza, sedetevi tranquilli e ascoltate.

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria : ultimo neurone, cronoracconti, amori invisibili

scritto da cronomoto nel tempo 11:03
sabato, 11 novembre 2006

Ho violato un  incipit di Arimanebis  trasformandolo in  mezzipit.
Il virus  mutante dei mezzipit è stato trovato per la prima volta qui .

 

FULMINE DI SABBIA

 

 

 

Ero giovane, quando saettavo giocando inseguito dal tuono.

Mi divertivo spesso in riva al Mediterraneo, entrando nell’acqua ed uscendone stordito.

Andavo a spaventare gli alberi, gli animali, ma non li colpivo mai.

Mia   madre Saetta e mio padre Fulmine me l’avevano detto di non allontanarmi troppo.

Ma quel giorno mi sentivo euforico, nel cielo qualcuno continuava a miscelare i blu e grigi, l’aria era elettrica, sentivo l’odore della tempesta.

Con un balzo enorme ho attraversato il mare, ridevo, carico di quell’energia senza confini che hanno gli adolescenti.

Dall’alto ho visto il Deserto Libico, è stato più forte di me.

Volevo penetrare la sabbia entrando quasi parallelamente alla superficie del deserto ed uscire il più lontano possibile. Che idea…

Non mi aspettavo niente di ciò che invece accadde: conoscevo poco le leggi della Fisica e della Chimica, allora.

Era la sfida di un ragazzo; solo un gioco un po’ stupido, se volete.

Un gioco che mi ha reso immobile per sempre.

Fulgurite, ecco cosa sono, da allora, un fulmine pietrificato nella sabbia.

Non posso dire che mi sono annoiato, in tutto questo tempo.

La mia sensibilità è rimasta inalterata.

Mi sono anche innamorato.

Mi sono accorto di lei quasi subito: emanava una profonda serietà e  una malinconia regale assieme alla sua luce ambrata. In lei una dolcezza che si poneva come un duro contrapposto a tutto ciò che mi circondava.

Nella mia immobilità fantasticavo, sognando  di difenderla dalle tempeste di sabbia, volevo mostrarle il mio coraggio, e farle sapere che sarei stato pronto a morire per lei.

Era arrivata assieme alle sue compagne:  un meteorite  si era frantumato  nel deserto   molto tempo  fa e nella furia dell’impatto aveva generato e sparso nel Gran Mare di Sabbia delle pietre, quelle che  voi chiamate Vetro Libico.

A poco a poco le altre furono raccolte, alcune  per essere scolpite come ornamenti per il Faraone, in seguito solo da studiosi o da gente senza scrupoli che le trafugava  come souvenir.

Era rimasta sola, vicinissima a me. Ero colmo di gioia  quando ogni mattina vedevo i raggi del sole attraversarla, ma  avevo sempre più paura che me la portassero via.

A nulla valsero le moine di quella Rosa del Deserto che un giorno si pose tra di noi.

Una mattina mi svegliai di soprassalto, stava arrivando l’ennesima spedizione, pensai che sarebbero stati gli ultimi istanti per noi due.

 

- “Fulmine, voglio dirti qualcosa.”

-“Te ne stai andando, come le tue compagne. E tu ora vorresti parlarmi. Come farei a sopportare il ricordo delle tue ultime parole?

Non ho la forza di ascoltarti.

 No, non adesso. Non voglio ascoltarti, ora. Lascia che prima si consumi la rabbia e il dolore, lascia che ritorni ad essere sottile ed elastico, lascia che riappaiano le stelle.”

 

 

Siamo ancora vicini, abbiamo attraversato il Mediterraneo e ora siamo nella casa di questa donna, che prima di andarsene ha raccolto anche un frammento del mio corpo.

Seguiamo i suoi ritmi, gioiamo, ci rattristiamo e poi di nuovo gioiamo, proprio  come lei, che ci pensa due soprammobili.

fulmine di pietra e vetro libico
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categoria : cronoracconti, con-fusioni, mezzipit, amori invisibili