VITA DA FOSSILE (un certo discorso)
QUESTIONI DI ARREDAMENTO
Con questa nuova luce che illumina la stanza, mi accorgo solo ora di quanto è spoglia.
La calda tonalità di grigio chiaro che avevo scelto per i muri sembrava bastarmi.
Perché non appendere dei momenti alle pareti?
Le possibilità di scelta sono ampie. Già immagino gli istanti più belli, sospesi, ben spaziati, come quadri d’autore. Frugo tra i ricordi ma, appena li spillo al muro, perdono la loro originale brillantezza. Corro avanti a cercare altri momenti: i ricordi dal futuro, quelli che vorrei lo diventassero. Come trompe d’oeil concederebbero nuove prospettive a questa stanza.
Ma non ho il coraggio di esporli, né di osservarli io stesso troppo a lungo: lo sguardo riconoscerebbe presto, molto presto, la loro natura illusoria, svilendoli.
Sono incerto. Mi sto chiedendo seriamente se non sia piuttosto il caso di lasciare spoglie le pareti della stanza, e limitarmi a incursioni tra pochi fotogrammi che appartengono alla memoria e all’immaginazione, evitando sovraesposizioni avventate. Contemplo così, in controluce, il vuoto apparente e dedicato.

Variazione Miskin
(di Miskin)
PSICOMETRIA APPLICATA (ALLA TASTIERA)

Tu, lettore di passaggio, che oggi mi stai sfiorando perché vuoi sentire tra le dita la mia storia, convinto che il passato sia tutto rinchiuso nel presente, fermati. Non cercare di capire, guardami soltanto. Così i miei ricordi affioreranno come pesci guizzanti in un torrente e potrai afferrarli con le mani.
Mi sentivo bellissima, scelta tra tante. Wireless, prima generazione, tecnologicamente elegante senza quei luccichii pacchiani e un po’ volgari, tanto di moda adesso.
Mi svestì lentamente, una volta a casa: ero imbarazzatissima, nella mia prima volta (e anche ultima, per nostro destino).
In un attimo fui collegata al suo computer, un attimo eterno in cui dati e segreti mi vennero addosso tutti insieme. Ricambiai le confidenze dedicandomi completamente a lui, senza mai tradirlo.
Rimanevo sospesa, aspettando il tocco delle sue dita, a volte leggero, incerto, altre sicuro, quasi imperioso; mi confondeva, sorprendendomi ogni volta con un ritmo diverso.
I suoi sbalzi di umore mi spaventavano, se ne accorgeva, probabilmente: i refusi erano quasi sempre miei e mi bloccavo, intestardita: volevo fargli capire che ero lì, con lui.
Passava giornate intere su di me, a volte sfinendomi, ne ero felice.
Una giorno, un tocco diverso: le dita si muovevano allegre e frenetiche: freccia sinistra, freccia destra, su, giù.
Giocava come un bambino, ad ogni vittoria, un pugno ben assestato su Invio. Ridevamo, insieme. Quel giorno piovevano briciole, anche.
Il mattino dopo tornò, mi pulì con pazienza; avvertivo una certa emozione nelle sue cure, nel suo indugiare, non credo fosse solo suggestione.
Una notte la trascorse a scrivere, fino all’alba; non capivo un granché, ma potevo assaporare le sue lacrime: erano per me, probabilmente. Ricordo ancora come i colori della notte trasfigurarono in quelli del giorno, quella volta: cambiavano con ritmi irreali, troppo veloci, inseguendo il tempo che scorreva senza fatica.
Vorrei conoscere tutti i segreti della scrittura per soccorrerlo, quando ne ha bisogno.
Ma i trucchi non funzionano, in queste cose, come in altre. Mi affiderò semplicemente a ciò che scorrerà tra le sue dita e la mia superficie, allora.
Vorrei trasformarmi in una penna a china dal tratto limpido tra le sue mani, rivelandomi in un semplice segno, a volte geometrico, a volte morbido, come ogni emozione, mai uguale.
Ma sono solo una tastiera che oggi vive, incerta, la propria obsolescenza: per questo chiedo a te, lettore psicometrico, di dirgli, presto, quanto sai.
Non solo le tastiere parlano…..
Anche le scritture, a volte: è il caso del romanzo “Mia Nonna Emilia”, di MariaStrofa che potete ammirare in una pregiatissima edizione, e al quale è stata data la voce, e dire voce è restrittivo, da Cassiodorov:
andate in questa stanza, sedetevi tranquilli e ascoltate.
FULMINE DI SABBIA
Ero giovane, quando saettavo giocando inseguito dal tuono.
Mi divertivo spesso in riva al Mediterraneo, entrando nell’acqua ed uscendone stordito.
Andavo a spaventare gli alberi, gli animali, ma non li colpivo mai.
Mia madre Saetta e mio padre Fulmine me l’avevano detto di non allontanarmi troppo.
Ma quel giorno mi sentivo euforico, nel cielo qualcuno continuava a miscelare i blu e grigi, l’aria era elettrica, sentivo l’odore della tempesta.
Con un balzo enorme ho attraversato il mare, ridevo, carico di quell’energia senza confini che hanno gli adolescenti.
Dall’alto ho visto il Deserto Libico, è stato più forte di me.
Volevo penetrare la sabbia entrando quasi parallelamente alla superficie del deserto ed uscire il più lontano possibile. Che idea…
Non mi aspettavo niente di ciò che invece accadde: conoscevo poco le leggi della Fisica e della Chimica, allora.
Era la sfida di un ragazzo; solo un gioco un po’ stupido, se volete.
Un gioco che mi ha reso immobile per sempre.
Fulgurite, ecco cosa sono, da allora, un fulmine pietrificato nella sabbia.
Non posso dire che mi sono annoiato, in tutto questo tempo.
La mia sensibilità è rimasta inalterata.
Mi sono anche innamorato.
Mi sono accorto di lei quasi subito: emanava una profonda serietà e una malinconia regale assieme alla sua luce ambrata. In lei una dolcezza che si poneva come un duro contrapposto a tutto ciò che mi circondava.
Nella mia immobilità fantasticavo, sognando di difenderla dalle tempeste di sabbia, volevo mostrarle il mio coraggio, e farle sapere che sarei stato pronto a morire per lei.
Era arrivata assieme alle sue compagne: un meteorite si era frantumato nel deserto molto tempo fa e nella furia dell’impatto aveva generato e sparso nel Gran Mare di Sabbia delle pietre, quelle che voi chiamate Vetro Libico.
A poco a poco le altre furono raccolte, alcune per essere scolpite come ornamenti per il Faraone, in seguito solo da studiosi o da gente senza scrupoli che le trafugava come souvenir.
Era rimasta sola, vicinissima a me. Ero colmo di gioia quando ogni mattina vedevo i raggi del sole attraversarla, ma avevo sempre più paura che me la portassero via.
A nulla valsero le moine di quella Rosa del Deserto che un giorno si pose tra di noi.
Una mattina mi svegliai di soprassalto, stava arrivando l’ennesima spedizione, pensai che sarebbero stati gli ultimi istanti per noi due.
- “Fulmine, voglio dirti qualcosa.”
-“Te ne stai andando, come le tue compagne. E tu ora vorresti parlarmi. Come farei a sopportare il ricordo delle tue ultime parole?
Non ho la forza di ascoltarti.
No, non adesso. Non voglio ascoltarti, ora. Lascia che prima si consumi la rabbia e il dolore, lascia che ritorni ad essere sottile ed elastico, lascia che riappaiano le stelle.”
Siamo ancora vicini, abbiamo attraversato il Mediterraneo e ora siamo nella casa di questa donna, che prima di andarsene ha raccolto anche un frammento del mio corpo.
Seguiamo i suoi ritmi, gioiamo, ci rattristiamo e poi di nuovo gioiamo, proprio come lei, che ci pensa due soprammobili.