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Non ho partenze, che si logorano, non cerco fini, che accorcerebbero i tormenti.
Esiste uno spazio che si fa largo a forza dentro e intorno a me, dove ciò che vivo è libero di combinarsi con la mia immaginazione.
In Astronomia lo chiamano Limbo, l’estremità della circonferenza di un corpo celeste che rimane luminosa durante un’eclissi. Nella vita non so che nome abbia, forse è un Tempo di Mezzo.
E come quel cerchio, estremo, di Luna, penetrato dai raggi del Sole, questo lembo tra l’inizio e la fine mi appare straordinario e lucente.
Nel mio Limbo le cose si svelano da sole, con la massima intensità, indifferenti al loro stesso arco di vita. Sono fuochi, o lune gemelle che si avvicendano illuminando il mio cielo di rame per non lasciarmi mai sola.
Sono immagini in movimento che nascono confuse e si fissano in fotografie nitide che raccontano.
Qui prendo coscienza di loro: profumano di legno, e mi avvicino, hanno il colore della ruggine e mi allontano. Note ossessive che mi incantano e accordi stonati che mi pietrificano. Non è difficile decidere, in questo posto, dove tutto appare chiaro, illuminato dalla luce retrostante dell’immaginazione che, paradossalmente, rivela invece di alterare. Ci si sente quasi invulnerabili, in questa ricchezza di emozioni in formazione.
Strappo le lancette al mio orologio, prima che il pensiero torni razionale, sfumandosi, e perdendosi, scavalcato da altri pensieri, che sono il presagio di una qualche fine. Sto aggrappata alla mia orbita, come se potessi evitare la sua inevitabile deriva. Trattengo dentro di me le sensazioni, perché non si trasformino in colori periferici.
Voglio vivere, fino a bruciare, in questo Tempo di Mezzo.
